sabato 23 agosto 2014

¡¡¡Atléti supercampeón!!!




Nuova stagione, nuovo trofeo. E sono 7 in quattro anni, di cui 5 nei due anni e mezzo di Simeone. Alzi la mano chi avrebbe mai immaginato che il futuro ci potesse riservare tali sorprese, soprattutto dopo l'orrenda parentesi del Gilismo Maior (quello del padre) e in pieno Gil-Cerezismo: nessuna altra epoca può competere con questa per numero e frequenza di vittorie, salvo i gloriosissimi anni 70. Altri tempi, altra dirigenza, altra aura intorno al nome del club. Ironia della Storia, di cui spero non avremo a pentirci in futuro.

Ancora una volta, il merito va principalmente a Simeone, abilissimo nel gestire una fase di rinnovamento profondo della squadra, rinnovamento da lui più subito che voluto ma certo pilotato con straordinaria abilità. È ancora troppo presto per valutare la squadra nel complesso e le varianti apportate al disegno tattico, ma è chiaro che lo spirito e l'idea di calcio alla base rimangono intatti.

Ho apprezzato specialmente la cautela con cui il Cholo ha presentato in campo le novità del mercato. In generale, la scelta è stata privilegiare la continuità e gli acquisti sui quali si poteva scommettere, lasciando esperimenti e scommesse ad altri momenti. Il criterio è stato quello della scelta degli uomini più in forma al momento e più funzionali al tipo di partita. Quindi spazio a Moyá, a Saúl nella prima gara e a Griezmann praticamente solo dalla seconda, a Mario Suarez al Bernabeu ma a Tiago nel Calderon. La lezione subita nella semifinale di andata della scorsa Copa del Rey, con la disfatta propiziata dal forzato inserimento di Diego negli ingranaggi di una squadra che funzionava benissimo e che era però nella sua fisiologica fase “di stanca”, è stata appresa alla perfezione: concetti semplici, usato sicuro e pochi fronzoli, nell'attesa anche di vedere cosa porterà l'ultima settimana di mercato.

Per il resto, è stato il solito Atletico. Non è un caso che, quando battiamo il Real, ciò avvenga sempre con un vantaggio minimo, mentre le sconfitte sono sempre punteggi rotondi. Le due finali hanno mostrato che la strada da percorrere è ancora lunga: una difesa attenta e a maglie strette ci impedisce di fatto di giocare per la vittoria (primo tempo del Bernabeu), mentre le fasi di calcio offensivo e propositivo non durano mai più di venti minuti (i primi del Calderon). Per buona parte della gara cerchiamo di gestire la partita, limitandoci essenzialmente a sperare nel contropiede e nelle giocate a palla inattiva (la finale di Champions'), cercando di non farci schiacciare troppo. Di fatto, per dominare contro un avversario notevolmente superiore tecnicamente, dobbiamo spendere molte più energie, ben sapendo che non ne avremo per tutta la partita (il 2-2 in Liga l'anno scorso o la stessa finale di Champions').
Può sembrare un discorso molto duro, magari anche ingiusto nei confronti di una squadra capace di vincere contro un avversario che ha cinque volte il nostro fatturato, sette volte il nostro bacino di tifosi e un potere economico, politico e mediatico enorme, in grado di condizionare qualunque gara e di garantire sostegni impensabili per altre società. In realtà non è così, è solo un punto di vista onesto sulla realtà: chi di noi non baratterebbe un Mario con un Khedira, per citare solo il più scarso dei nostri avversari? E giocatori come Jesè o Isco da noi sarebbero in panchina? Dobbiamo essere doppiamente fieri dei nostri ragazzi proprio per questo, perchè sanno sfruttare ogni debolezza dei nostri avversari (un mercato assurdo, basato solo sull'hic et nunc, un progetto tecnico ribaltato come un calzino per vendere più magliette, una presunzione totale che li fa scendere in campo “rilassati” in una finale contro l'eterno rivale) per cancellare un divario che dovrebbe far vergognare l'intera federazione spagnola, che invece ne è complice: non possiamo vincere sempre contro di loro, insomma. Ma gli anni delle umiliazioni paiono definitivamente finiti.

Tutto qui. Per un'analisi tecnica e tattica della squadra mi pare ancora troppo presto. Come ho già detto, quello che ho visto è simile a quanto già sapevamo (un pensiero consolante, in effetti), fatte salve alcune differenze macroscopiche (Mandzukic non è Diego Costa, per dire): vedremo in futuro come i vari pezzi verranno assemblati e anche cosa ci porterà in dono il mercato (Jurado? La fine della telenovela Cerci? Qualche colpo totalmente inaspettato?).

Un'idea ce l'ho, ma aspetto di vedere la squadra dal vivo contro l'Eibar e la conclusione del mercato. Certo è che nel prossimo post di tattica (la continuazione di Jugar a la contra – parte I”), analizzando la scorsa stagione nei suoi pregi e difetti, cercherò di ipotizzare il percorso dell'immediato futuro. Neanche a dirlo, ogni vostro contributo mi sarà prezioso, quindi vi invito a fornirmi le vostre osservazioni.

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