martedì 26 agosto 2014

Rayo Vallecano – Atlético Madrid 0-0: the long road


L'Atletico esordisce in campionato nel modo peggiore possibile, con una prestazione spenta e opaca che solo per fortuna non si traduce in una sconfitta. Dopo il trionfo in Supercoppa, un duro risveglio per i colchoneros, orfani di Simeone per ben quattro partite.

Eppure il primo tempo era iniziato bene: discreto calcio, spinta dalle fasce (soprattutto da Ansaldi, sostituto di Siqueira infortunatosi all'ultimo), alcune occasioni da rete piuttosto pericolose, frutto di una attitudine offensiva piuttosto spiccata. Buono il movimento di Raul Jiménez, ottima la regia di Gabi, piuttosto puntuale sottoporta Mandzukic, anche se impreciso.
Ciò nonostante, era piuttosto diffusa l'impressione che la partita non stesse andando come si sperava. Naturalmente una buona parte del merito andava al Rayo, decisamente attento nel controllare gli spazi (e che quindi dimostrava di aver finalmente imparato la lezione degli ultimi incontri), ma molto era dovuto anche a un Atletico comunque poco brillante: Griezmann era inconsistente, così come Juanfran, Mario Suarez non apportava nulla in avanti e poco in copertura, lo stesso Koke, nei fatti, ruminava il pallone piuttosto che guidare la squadra.
Una mancanza di velocità preoccupante, tanto più se consideriamo che Mandzukic è il tipo di attaccante che sfrutta le occasioni, più che crearsele su lancio lungo o dopo essere stato innescato in contropiede.

Nel secondo tempo, complice la stanchezza, i colchoneros, che avevano sprecato troppo precedentemente, non hanno più saputo trovare la via della porta avversaria e hanno corso anche alcuni pericoli, sventati grazie alla buona prestazione di Moyà. Però la gara si è trascinata stancamente, col Rayo che conquistava il campo ma non riusciva a pungere e l'Atletico sulle ginocchia e impegnato solamente a difendersi.

Alla fine, uno 0-0 che lascia l'amaro in bocca: se una delle (poche) occasioni del primo tempo fosse stata capitalizzata, staremmo a parlare di una vittoria con vantaggio minimo, poco soddisfacente ma comunque utile in questa fase di rodaggio. Così, non si può non cominciare a guardare la classifica e domandarsi già se quelli di Vallecas non siano due punti persi.

D'altra parte, la partita può essere guardata in due modi differenti, uno legato al contingente e l'altro più di prospettiva.
Ieri sono mancati gli uomini capaci di spostare velocemente la palla dalla nostra metacampo a quella avversaria, a causa del basso stato di forma di Juanfran e Griezmann, dell'infortunio di Siqueira (comunque sostituito degnamente da Ansaldi). Sono mancati anche i giocatori capaci di accendere la luce, con Koke appannato e Arda infortunato.
Tuttavia, e questa è la vera preoccupazione, c'è il rischio che questi giocatori manchino a lungo: Koke e Arda sono veloci? Griezmann non è troppo poco come unico innesco dei contropiede? Basta la spinta dei terzini per garantire il veloce ribaltamento del fronte? Quale deve essere il ruolo di Mandzukic, attaccante d'area o torre deputata a far salire i compagni?

Vale a dire, in estrema sintesi: ha ancora senso il contropiede con questi giocatori? E questi sono giocatori da calcio propositivo? Chi ha tecnica non è veloce (Arda e Koke), chi sta sulle ali neppure (i due di prima); chi è veloce è pressocchè l'unico a esserlo (Griezmann) o rischia di essere troppo lontano dall'area avversaria al momento in cui inizia l'azione (i due terzini); gli attaccanti, anche Raul Jiménez, partecipano al gioco dalla trequarti in su, diversamente da Diego Costa, o anche Forlan e Aguero, cioè rifiniscono e finalizzano le azioni, non le creano dal nulla. Chi apre il campo per gli attaccanti? Chi arriva sul fondo per tentare il cross?
Non è un caso che il Cholo abbia insistito sull'arrivo di un altro attaccante esterno e, forse, di una mezzapunta. Io sono convinto che punti al 4-2-3-1, come spiegherò nel prossimo post di tattica (in preparazione), ma che, per il momento, si veda costretto fare di necessità virtù.
Urgono rinforzi, dunque. Questa settimana, io credo, ci porterà ancora qualche novità.


Note positive
Moyà: discreto negli interventi, calmo e attento nella gestione dell'area e dei compagni. Non è Courtois, ma è affidabile e concreto. Per ora può bastare.
Raul Jiménez: niente di trascendentale, ma l'impressione che possa essere utile alla causa.

Note negative
Mario Suarez: siamo alle solite. Non costruisce, e passi, ma neppure si fa sentire in fase di interdizione. Resta un mistero cosa ci faccia in una squadra del livello dell'Atletico.
Griezmann: il grande acquisto dell'estate dimostra di non essere ancora al livello dei compagni né di essere integrato nel gioco di Simeone. Vaga come un'anima in pena lungo la fascia, indeciso se tagliare verso il centro o affondare verso il fondo. Nel dubbio, non fa quasi nulla in entrambi i sensi.





Rayo Vallecano: Cristian Álvarez; Quini, Zé Castro, Abdoulaye Ba, Tito; Baena, Trashorras; Aquino, Bueno, Kakuta; y Jonathan Pereira (Manucho, m. 54). No utilizados: Embarda, Cobeño, Nacho, Morcillo, Pozuelo y Licá.

Atlético: Moyà 6,5; Juanfran 5, Miranda 6, Godín 6, Ansaldi 6; Griezmann 5 (Cristian Rodríguez, m. 83 sv), Gabi 6, Mario Suárez 4,5, Koke 5,5; Mandzukic 5 (Héctor, m. 74 6) y Raúl Jiménez 6 (Saúl, m. 61 5,5).
No utilizados: Gámez, Tiago, Oblak y José Giménez.


Árbitro: Carlos Clos Gómez. Amonestó a Baena, Abdoulaye Ba, Mario Suárez y Juanfran.
Unos 14.000 espectadores en el estadio de Vallecas.

sabato 23 agosto 2014

¡¡¡Atléti supercampeón!!!




Nuova stagione, nuovo trofeo. E sono 7 in quattro anni, di cui 5 nei due anni e mezzo di Simeone. Alzi la mano chi avrebbe mai immaginato che il futuro ci potesse riservare tali sorprese, soprattutto dopo l'orrenda parentesi del Gilismo Maior (quello del padre) e in pieno Gil-Cerezismo: nessuna altra epoca può competere con questa per numero e frequenza di vittorie, salvo i gloriosissimi anni 70. Altri tempi, altra dirigenza, altra aura intorno al nome del club. Ironia della Storia, di cui spero non avremo a pentirci in futuro.

Ancora una volta, il merito va principalmente a Simeone, abilissimo nel gestire una fase di rinnovamento profondo della squadra, rinnovamento da lui più subito che voluto ma certo pilotato con straordinaria abilità. È ancora troppo presto per valutare la squadra nel complesso e le varianti apportate al disegno tattico, ma è chiaro che lo spirito e l'idea di calcio alla base rimangono intatti.

Ho apprezzato specialmente la cautela con cui il Cholo ha presentato in campo le novità del mercato. In generale, la scelta è stata privilegiare la continuità e gli acquisti sui quali si poteva scommettere, lasciando esperimenti e scommesse ad altri momenti. Il criterio è stato quello della scelta degli uomini più in forma al momento e più funzionali al tipo di partita. Quindi spazio a Moyá, a Saúl nella prima gara e a Griezmann praticamente solo dalla seconda, a Mario Suarez al Bernabeu ma a Tiago nel Calderon. La lezione subita nella semifinale di andata della scorsa Copa del Rey, con la disfatta propiziata dal forzato inserimento di Diego negli ingranaggi di una squadra che funzionava benissimo e che era però nella sua fisiologica fase “di stanca”, è stata appresa alla perfezione: concetti semplici, usato sicuro e pochi fronzoli, nell'attesa anche di vedere cosa porterà l'ultima settimana di mercato.

Per il resto, è stato il solito Atletico. Non è un caso che, quando battiamo il Real, ciò avvenga sempre con un vantaggio minimo, mentre le sconfitte sono sempre punteggi rotondi. Le due finali hanno mostrato che la strada da percorrere è ancora lunga: una difesa attenta e a maglie strette ci impedisce di fatto di giocare per la vittoria (primo tempo del Bernabeu), mentre le fasi di calcio offensivo e propositivo non durano mai più di venti minuti (i primi del Calderon). Per buona parte della gara cerchiamo di gestire la partita, limitandoci essenzialmente a sperare nel contropiede e nelle giocate a palla inattiva (la finale di Champions'), cercando di non farci schiacciare troppo. Di fatto, per dominare contro un avversario notevolmente superiore tecnicamente, dobbiamo spendere molte più energie, ben sapendo che non ne avremo per tutta la partita (il 2-2 in Liga l'anno scorso o la stessa finale di Champions').
Può sembrare un discorso molto duro, magari anche ingiusto nei confronti di una squadra capace di vincere contro un avversario che ha cinque volte il nostro fatturato, sette volte il nostro bacino di tifosi e un potere economico, politico e mediatico enorme, in grado di condizionare qualunque gara e di garantire sostegni impensabili per altre società. In realtà non è così, è solo un punto di vista onesto sulla realtà: chi di noi non baratterebbe un Mario con un Khedira, per citare solo il più scarso dei nostri avversari? E giocatori come Jesè o Isco da noi sarebbero in panchina? Dobbiamo essere doppiamente fieri dei nostri ragazzi proprio per questo, perchè sanno sfruttare ogni debolezza dei nostri avversari (un mercato assurdo, basato solo sull'hic et nunc, un progetto tecnico ribaltato come un calzino per vendere più magliette, una presunzione totale che li fa scendere in campo “rilassati” in una finale contro l'eterno rivale) per cancellare un divario che dovrebbe far vergognare l'intera federazione spagnola, che invece ne è complice: non possiamo vincere sempre contro di loro, insomma. Ma gli anni delle umiliazioni paiono definitivamente finiti.

Tutto qui. Per un'analisi tecnica e tattica della squadra mi pare ancora troppo presto. Come ho già detto, quello che ho visto è simile a quanto già sapevamo (un pensiero consolante, in effetti), fatte salve alcune differenze macroscopiche (Mandzukic non è Diego Costa, per dire): vedremo in futuro come i vari pezzi verranno assemblati e anche cosa ci porterà in dono il mercato (Jurado? La fine della telenovela Cerci? Qualche colpo totalmente inaspettato?).

Un'idea ce l'ho, ma aspetto di vedere la squadra dal vivo contro l'Eibar e la conclusione del mercato. Certo è che nel prossimo post di tattica (la continuazione di “Jugar a la contra – parte I”), analizzando la scorsa stagione nei suoi pregi e difetti, cercherò di ipotizzare il percorso dell'immediato futuro. Neanche a dirlo, ogni vostro contributo mi sarà prezioso, quindi vi invito a fornirmi le vostre osservazioni.

giovedì 21 agosto 2014

JUGAR A LA CONTRA, ovvero tutta la verità sulla tattica dell’Atletico Madrid di Simeone, Parte I


Quando si parla di Simeone, di solito le opinioni sono due: molti lo dipingono come un allenatore molto scolastico; qualcun altro, magnanimamente, sottolinea che, in fondo, è un gran motivatore.
Insomma, comunque la si voglia vedere, è un allenatore che non propone novità, opinione peraltro condivisa dalle massime autorità del calcio europeo e mondiale (con poche lodevolissime eccezioni).

In fondo, pensano e scrivono in molti, il gioco dell’Atletico Madrid è solo una versione leggermente modernizzata dell’intramontabile contropiede, secondo l’ormai imperante assioma per il quale o si gioca il tiqui-taca o si è dinosauri ancorati al peggior gioco all’italiana. Chi meglio del Cholo, già sospetto per aver giocato molti anni nel Bel Paese e per aver dichiarato che per il possesso-palla non ha alcun interesse, può essere il perfetto bersaglio di una critica snob e saccente, incapace di vedere che il gioco del Barcellona non è già (né può essere) lo stesso? Pazienza se il calcio è un gioco che si evolve, se il gioco di Guardiola e quello di Tito erano già notevolmente differenti tra loro, se in Europa in molti hanno vinto e vinceranno anche in altri modi: tiqui-taca deve essere e tiqui-taca sia. Oppure il nulla. E se questo atteggiamento ha come unica conseguenza l'offesa pubblica e reiterata di chi non si adegua, in primis il Tata Martino nella liga appena conclusa, pazienza.

Come se, tra l’altro, risultare uno straordinario motivatore fosse una caratteristica ordinaria, alla portata di tutti. Come se aver trasformato giocatori di dubbio valore in un complesso roccioso, aggressivo e inaffondabile fosse una bazzecola. Come se tutti gli allenatori del mondo riuscissero a farsi seguire da tutti i loro giocatori, migliorandoli giorno dopo giorno e rendendoli partecipi alla causa fino a riuscire ad annullare la differenza tra un club di medio livello e due delle più grandi potenze economico-sportive dell'intero continente, fino a vincere un campionato nel quale da un decennio la lotta per il titolo era un affare a due.

A questo punto, credo sia utile riproporre una storia tecnico-tattica dell'Atletico di Simeone, per coglierne sia la continuità che i vari adattamenti sopravvenuti nel corso dei due anni e mezzo in cui l'argentino è stato sulla panchina dei colchoneros e per fare piazza pulita dei luoghi comuni triti e ritriti che accompagnano il Cholo. Va da sé che gran parte del discorso verterà sull'ultima stagione (che presenterò nella prossima parte del post), mentre il primo anno e mezzo, di cui ho già trattato qua e là nel blog, verrà trattato in maniera più succinta qui sotto.


Stagione 2011-2012

Come vi ricorderete, il Cholo arrivò a metà della stagione 2011-2012, con una situazione compromessa, e finì per conquistare la seconda Europa League nella storia del club, dopo aver sfiorato la qualificazione alla successiva Champions'.

Dopo le assurdità dell'era-Manzano, il Cholo apportò un bel po' di sano buonsenso. Sin da subito, dal 4-1-4-1 contro il Malaga, richiese ai suoi giocatori concentrazione, linee strette, intensità e saturazione delle linee di passaggio avversarie. Poi, partendo da una lettura precisa e puntuale del materiale umano a sua disposizione, ribaltò completamente l'approccio mentale e tattico della squadra alla gara. Niente possesso-palla, fu il succo dei suoi discorsi, nonché l'errore che lo condannò a essere ritenuto un troglodita della panchina. Ma l'Atletico di quell'anno fu bellissimo: schierato col 4-2-3-1, seppe variare con intelligenza tra contropiede puro, pressing più o meno aggressivo e più o meno alto a seconda dell'avversario, manovra propositiva e ariosa.

Il Cholo ripescò Adrian dalla naftalina e insistette con Juanfran terzino destro (un'intuizione, più casuale che meditata, di Manzano, va detto) e mise Gabi e Mario Suarez in condizione di fare l'unica cosa in cui sono bravi: riconquistare il pallone e rilanciarlo in avanti, senza per forza agire da registi ed essere costretti a dettare i tempi alla squadra. Alle idee e alla variazione del ritmo ci avrebbero pensato i tre dietro a Falcao, vale a dire Adrian, Diego e Arda Turan.


La formazione ideale dell'Atletico 2011-2012


A quella disposizione il Cholo arrivò per gradi. Come da copione, la sua prima preoccupazione fu di chiudere a doppia mandata la difesa, quindi spazio al 4-4-2, più semplice da assimilare da giocatori in evidente stato confusionale, e attenzione continua al raddoppio sulle fasce, con le ali costrette anche alla fase difensiva. Col tempo, sfruttando anche la duttilità di Diego, convinto a “scendere” a copertura del doble pivote in fase di non possesso, Simeone modellò poi un 4-2-3-1 fortemente variabile a seconda delle situazioni della partita.
Stante quindi l'obbligo di aiutare i terzini e di tenersi al di sotto della linea della palla come strategia difensiva, i tre davanti erano invece lasciati piuttosto liberi durante la fase offensiva, quando a schemi ben precisi e studiati in allenamento si sommavano anche scelte estemporanee degli attaccanti.
Se Diego e Arda non erano particolarmente abili nel gioco tra le linee, lo erano invece Adrian e Koke, che non a caso iniziò proprio quell'anno a trovare spazio tra i titolari.
Adrian, la grande sorpresa di quella stagione, fu fondamentale per la sua capacità di disarticolare e disequilibrare le difese avversarie. Come scrisse sul GS Valentino Tola, “Il movimento tipico di Adrián è il taglio senza palla dal centro verso la fascia. Si allontana dall’area per avvicinare tutta la squadra al gol. Muovendosi fra centrale e terzino li “blocca” entrambi, allarga la difesa avversaria e crea uno spazio nel quale possono ricevere liberamente l’esterno che taglia dentro (il movimento di Diego, che ora parte a destra) o il terzino in sovrapposizione. Un tempismo e un’intelligenza non comuni anche nell’appoggiare il centrocampo, con giocate essenziali e tecnicamente prive di sbavature.”. Niente da aggiungere a tale magistrale descrizione dell'asturiano, a parte il fatto che era ottimo anche nel movimento inverso, da destra al centro, motivo per cui Simeone lo utilizzò come attaccante esterno nel successivo 4-2-3-1, con Diego trequartista.
Un grande contributo lo diede anche Falcao, al quale il Cholo chiese non solo di segnare e muoversi all'interno dell'area di rigore avversaria, ma anche di giocare spalle alla porta per favorire l'inserimento dei compagni, compito che svolse benissimo e per cui era assai portato (ricordo a tutti, sia pure nella stagione successiva, il gran lavoro col quale favorì il gol di Diego Costa nella finale di Coppa del Rey 2013).

Naturalmente, anche a quell'Atletico non mancavano i difetti, principalmente legati alla poca fluidità della manovra nella transizione dalla difesa al centrocampo. Recuperata palla più avanti, i colchoneros arrivavano abbastanza velocemente in porta (a meno che Diego non portasse palla, difetto che non perse neppure quell'anno), ma la squadra non era impostata per applicare sempre e comunque un pressing alto. Molto spesso, dopo aver atteso e fermato gli avversari davanti alla propria area, faticava molto nell'impostazione della difesa. Con gli uomini a disposizione, Simeone puntò a una tripla soluzione del problema: far alzare i terzini il prima possibile (fondamentale dunque il doppio lavoro di copertura e offesa che soprattutto Juanfran faticò a imparare); spingere le ali a tagliare tra le linee avversarie; infine chiedere a Diego di abbassarsi sulla linea dei mediani e impostare l'azione.

Con giocatori non scelti da lui, con una squadra presa a metà stagione e con un ambiente da ricostruire, quell'anno il Cholo fece una grandissima impresa. Subito vanificata da una dirigenza che non perse l'occasione di mettere sul mercato Falcao e dichiarare urbi et orbi che non sarebbe riuscita a riscattare Diego.


Stagione 2012-2013

E siamo alla stagione successiva, cominciata con un'estate al cardiopalma che in apparenza lascia in eredità la conferma di Falcao e poco più: i due grandi protagonisti della decima Liga, Diego Costa e Raul Garcia, rimangono solo perchè nessuna società presenta offerte convincenti e Simeone si impunta di fronte alla possibilità che vengano svenduti.

La vittoria della Supercoppa Europea 2012 contro il Chelsea ci mostra quello che forse sarà il miglior Atletico della stagione, schierato con un 4-2-3-1 in cui viene dato maggior protagonismo ad Arda e da me spiegato nel dettaglio.
Peccato che il turco non ami la nuova posizione pensata per lui da Simeone e chieda ben presto di ritornare alla più rassicurante fascia sinistra. Peccato anche che, di ritorno dall'Olimpiade, Adrian entri in una fase involutiva da cui non uscirà più e che porterà il club a cederlo due anni dopo.

Ben presto, nel tentativo di ovviare a questi problemi e supplire anche alla carenza di fantasia e tecnica con un surplus di aggressività e potenza, il Cholo passerà stabilmente al più tranquillo 4-4-2, con Diego Costa seconda punta e Koke all'ala destra, in modo da sfruttarne l'abilità nel gioco fra le linee.
Da notare come, in fase difensiva, si veda quasi sempre un 4-5-1 impreziosito dal notevole spirito di sacrificio di Diego Costa, che in fase di ripiegamento scala fino alla fascia destra, mentre Koke stringe al centro a supporto del doble pivote.
È una squadra con molti limiti ma che, come dice Simeone, ne è pienamente cosciente e gioca in modo da neutralizzarli: preziosi per ovviare alle difficoltà di costruzione del gioco i lanci di Miranda da dietro e le cavalcate di Filipe Luis sulla sinistra, finalmente tornato ai suoi livelli. Si vede sempre di più l'importanza delle palle inattive e del gioco aereo, mentre mancano completamente i gol dalla distanza.
In ogni caso, dopo un buon campionato, in cui combatte per la vittoria finale fino a gennaio, l'Atletico vince la decima Coppa del Re, in una finale fortunata e rocambolesca, ma non immeritata, contro l'eterno rivale.


La formazione vincitrice della Copa del Rey 2012-2013

giovedì 26 giugno 2014

Bilancio della stagione 2013/2014: l'allenatore

Ancora una volta, tocca ripetere buona parte dei concetti espressi giusto un anno fa: l'Atletico Madrid è Diego Pablo Simeone. Punto.
Lasciate perdere gli innumerevoli articoli comparsi sulla stampa nostrana e tutti tesi a glorificare una società abile come non mai a costruire un progetto vincente con pochissimi soldi. In realtà, non esiste progetto, non esiste neppure una straordinaria abilità di mercato della coppia Caminero – Berta. Esiste solo l'incredibile capacità del Cholo di trasformare in giocatori duri e puri qualunque tipo di pedatore gli venga affidato. Basterebbe riguardare la rosa dei nomi di tre stagioni fa per accorgersi che il duo succitato non c'entra nulla: praticamente tutti i giocatori che hanno sfiorato la duplice impresa c'erano già e quasi tutti quelli che sono arrivati negli ultimi tre anni non hanno praticamente lasciato traccia.
Quindi, meriti assoluti, totali, di Simeone, per la cui continuità sulla panchina dei colchoneros dobbiamo pregare notte e giorno a oltranza.

Aggiungo una piccola parentesi sul mercato in svolgimento: molti vogliono abbandonare l'Atletico, convinti di non poter ottenere di più in questa squadra e di poter spuntare ingaggi faraonici altrove. Concordo con la società (e con Simeone, io credo): se arriva qualcuno disposto a pagare l'intera clausola di rescissione, che se ne vadano, perchè chi non è motivato non serve alla causa. Però, ed ecco il punto, costoro sono sicuri che andranno bene? Che il loro valore  non abbia nulla a che vedere col fatto di avere un allenatore come il Cholo? Che, cioè, in un'altra squadra, con un altro allenatore, renderebbero allo stesso livello? Io non ne sono affatto convinto; anzi ho l'impressione che molti tra quelli che se ne sono andati tendano a sopravvalutarsi. Contenti loro...

Tornando all'argomento di questo post, bisogna dare atto a Simeone di essere bravissimo non solo a sfruttare al massimo le qualità dei propri giocatori, ma anche e soprattutto a mascherarne i difetti (appunto...) con un sistema di gioco molto organizzato, basato sul mutuo soccorso e sulla coesione tra reparti. Questa sua abilità ha generato una squadra praticamente inarrestabile fino a dicembre, mese dopo il quale il livello fisico e di gioco si è abbassato e solo raramente è ritornato ai fasti di inizio stagione. Alle difficoltà della seconda parte della stagione hanno supplito la forza mentale e la coesione del gruppo, oltre che le giocate di strategia, altro grande marchio di fabbrica del Cholo, che ai tempi del Doblete aveva sicuramente interiorizzato l'importanza delle reti su palla inattiva. Era dai tempi di Antic, infatti, che i biancorossi non avevano schemi precisi per calci d'angolo e punizioni, mentre con Simeone ogni aspetto del gioco è organizzato nei minimi dettagli. Quest'ultimo aspetto ha ovviamente generato non solo una grande forza difensiva, ma anche una grande fiducia del gruppo nelle proprie capacità di risolvere le partite anche nei momenti di maggiore difficoltà, una fiducia così grande da aver portato più volte i biancorossi non solo a sconfiggere avversari di cui avevano subito il gioco per lunghi tratti, ma anche a battere squadre sulla carta notevolmente superiori.

Esistono dunque, in questo paesaggio idilliaco, elementi di debolezza?
Ovviamente sì. E purtroppo coincidono con i punti di forza del progetto cholista, di cui sono l'altra faccia della medaglia.
Fondamentalmente la questione è molto semplice: si esige dai giocatori una tale concentrazione e una tale aggressività che molti non riescono ad adattarsi al meccanismo. O meglio, che non è possibile adattarsi al tipo di gioco voluto dal Cholo se non dopo molte partite, partite che però le riserve non riescono a giocare perchè il loro inserimento preclude il funzionamento del meccanismo nel suo complesso.
Il nucleo che ha giocato le 61 partite della stagione scorsa è stato di 14 giocatori, non di più. Tutti gli altri hanno giocato spezzoni o partite nelle quali hanno finito per non rendere quanto ci si aspettava.
Ovverosia il Cholo ha affrontato tutta la stagione con un nucleo ristretto di giocatori, in parte perchè le riserve non erano di gran livello, in parte perchè le sue stesse scelte hanno impedito loro di crescere e migliorarsi.
La filosofia del partido a partido richiede il massimo ogni volta, ma le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: l'Atletico ha finito la stagione sulle ginocchia e ha rischiato di perdere sia il campionato che la Champions'. D'altra parte, chissà se i colchoneros sarebbero arrivati a un passo dallo storico doblete se il Cholo avesse applicato un'altra strategia. Le rare volte infatti che Simeone ha derogato dal suo principio-guida (spesso senza ammetterlo apertamente), l'Atletico ha giocato le sue peggiori partite.

Si è così creata una contraddizione insanabile: se è vero che buona parte della colpa è addebitabile alla società, che a causa delle gestioni scellerate degli anni scorsi non ha soldi per comprare giocatori di valore, è costretta a vendere i pezzi pregiati e di conseguenza può fornire all'allenatore solo pochi ricambi e spesso non all'altezza, dall'altra parte abbiamo un allenatore che ha chiesto espressamente un gruppo di 21 giocatori e, quando ha indicato i rinforzi del mercato invernale, non è sembrato azzeccare le scelte, oltre a non permettere alle riserve e ai giovani di crescere.
Che ne è stato infatti dei giovani all'Atletico, quest'anno? Molti sono andati in prestito senza aver quasi mai giocato, altri sono rimasti per non giocare mai. Si può crescere, in questo modo? I Mondiali dimostrano, per esempio, che Gimenez è un signor giocatore, pronto per certi palcoscenici, almeno come “dodicesimo”. Manquillo non ha mai demeritato; Saul è stato eccezionale nel Rayo, Oliver ha fatto bene nel Villareal.
Il solo Koke è diventato titolare dei colchoneros.
Per parlare di giocatori già affermati, Alderweireld ha evidenziato un buon livello, sia con noi che ai Mondiali.
A fallire sono stati anzi i giocatori richiesti o approvati da Simeone: Sosa, Diego, Cebolla Rodriguez.

Quindi, in conclusione, al Cholo non posso che confermare il 9,5 dello scorso anno: ha rigenerato l'Atletico e ne ha fatto non solo una squadra, ma anche una società di calcio. E anche se sono convinto che la proprietà ostacoli, più che agevolare, il suo lavoro, non posso che segnalare la contraddizione che vedo: Simeone è anche causa delle difficoltà ad emergere e della mediocrità (solo presunta?) di alcuni componenti della rosa.

lunedì 16 giugno 2014

Bilancio della stagione 2013/2014: l'attacco


Diego Costa, 9,5: 27 gol in 35 partite di Liga, 8 in 9 match di Champions'. Numeri di una stagione straordinaria, nella quale ha dimostrato di poter egregiamente sostituire Falcao, al punto da diventare il crack della stagione europea. Già l'anno scorso si era messo così in luce da fare ombra al colombiano, ma quest'anno è stato quasi perfetto. Ha segnato in tutti i modi, anche se si è distinto nel tagliare in due le difese, incuneandosi a viva forza tra centrale e terzino avversari, e nello svariare su tutto il fronte d'attacco, sia verso l'esterno che verso l'interno. spirito di sacrificio, abilità nello svariare e nel tagliare in due le difese, tecnica (il gol in finale, ma non solo). Inoltre ha permesso alla squadra di guadagnare diversi rigori e una valanga di cartellini causati dalle maniere forti con le quali gli avversari hanno cercato (quasi sempre inutilmente) di fermarlo. In molte partite si è letteralmente caricato la squadra sulle spalle e l'ha trascinata alla vittoria. A impedire che la sua stagione fosse perfetta hanno contribuito alcuni fattori: prima di tutto, la sua tecnica non perfetta (anche se efficace in velocità), che lo ha portato a sbagliare diversi rigori; poi un certo egoismo, particolarmente evidente nei momenti di calo fisico, quando, invece di giocare per gli altri, si intestardiva nel tenere la palla tra i piedi e nel tirare sempre e comunque. Stendo un velo pietoso sulla tragicommedia del viaggio a Belgrado per curarsi con la placenta di cavalla...

Villa 6,5: inizia di buona lena, svolgendo un gran lavoro tattico per gli inserimenti dei compagni, ma progressivamente si spegne e si rivela un corpo estraneo alla squadra, tanto da spingere Simeone a cercare soluzioni alternative per arrivare alla porta avversaria. Ha comunque segnato 13 reti in Liga, ma il suo contributo di reti si concentra quasi interamente nel periodo novembrino. Da lì in poi, anche buone gare, ma una allergia costante alla rete avversaria: il grande match di Champions' col Barça può essere considerato lo zenit di questa tendenza, mentre l'orrore contro il Malaga il nadir. Alla fine, un acquisto poco incisivo e decisamente azzardato, per il quale non ho mai condiviso l'entusiasmo del Calderon (ricordate i 25.000 alla presentazione ufficiale?): quello che avrebbe potuto rivelarsi un'ottima riserva non ha quasi mai brillato da titolare.

Adrian, 4,5: per il secondo anno consecutivo un vero disastro. Abulico ed evanescente, non si è schiodato dalla panchina per buona parte della stagione. La buona partita col Barcellona al Calderon e il gol a Stamford Bridge sono due piccole perle in un mare di delusione infinita.

Leo Baptistao, 5: ha giocato poco, ma si è raramente distinto. Un gol allo Zenit e poi la costante impressione che corresse a vuoto e con scarsa consapevolezza tattica.

sabato 14 giugno 2014

Bilancio della stagione 2013/2014: il centrocampo


Arda Turan, 7,5: anche quest'anno si è mostrato scostante e ha alternato dettagli di pregio a lunghe pause. Non ricordo prestazioni di altissimo livello per tutti i novanta minuti, se si escludono l'andata in Liga con il Barcellona e il ritorno col Chelsea. Memorabile anche l'assist per Koke nel 2-2 contro il Real, al termine di un'azione bellissima. Nel mezzo, però, molta indolenza e la solita pausa tra dicembre e marzo. È praticamente l'unico giocatore di fantasia della rosa, senza il quale il gioco ristagna tra un geometrismo non sempre efficace, soprattutto quando non è supportato da una condizione atletica straripante, e le soluzioni a palla inattiva. Però non è né un trascinatore, né un solista: funziona in un complesso che si muove armonicamente, ma raramente è in grado di accendere la luce nei momenti di difficoltà. Inoltre, pur applicandosi nella copertura, non sempre è presente e lucido (a Milano, per dire, in coppia con Insua è stato disastroso).

Gabi, 10: cuore di capitano, è stato eccezionale per tutta la stagione. Non ricordo partite sbagliate o sbavature: sempre lucido, presente, efficace. Con tutti i suoi limiti, è riuscito a infilare una stagione perfetta, rivelandosi la mente dell'organizzazione difensiva dell'Atletico, con la sua straordinaria abilità nel guidare i movimenti di copertura di tutta la squadra (che vedremo in dettaglio in un prossimo post). Quando la squadra non girava, ha sostenuto, spesso da solo, tutto il peso del centrocampo, distribuendo il gioco con i suoi lanci lunghi, lui che regista non è affatto. Ottimo anche nei calci piazzati, che spesso si sono trasformati in assist decisivi per i compagni e hanno fruttato moltissimi punti.

Koke, 9: questa è stata la stagione della consacrazione, nella quale si è rivelato come straordinaria mezzala a tutto campo, abile nel gioco tra le linee e micidiale negli assist. Simeone ha più volte detto di vederlo, in futuro, come mediano, ruolo ricoperto in gioventù, ma di fatto raramente lo abbiamo visto in quella posizione. Ha avuto un calo tra dicembre e marzo, come molti compagni, ma ha veramente sempre dato tutto in campo. L'unico vero difetto, se vogliamo, è anche quello che gli impedirà di essere titolare in nazionale: sa fare tutto, ma non è specializzato né fenomenale in nulla, né nella fantasia dei passaggi, nè in interdizione, né in regia.

Raul Garcia, 8,5: l'anno scorso l'avevo qualificato come la più grande delusione della stagione, ma quest'anno ha veramente impresso il suo sigillo sulla grandissima stagione dei colchoneros, conquistando finalmente il pubblico del Calderon. Paradossalmente, ma non troppo, sfruttando proprio la propria limitatezza, emblema massimo di una squadra che sa esattamente cosa è in grado di fare e cosa no e gioca in modo da nascondere i propri difetti. Come è noto, il problema è sempre stato definirne il ruolo: non è un regista, né un centrocampista continuo nell'inserirsi in avanti; non ama fare il mediano di rottura, ma non è in grado di giocare da trequartista, visto che non possiede né visione di gioco né creatività, è piuttosto lento e non sa saltare l'uomo. Quest'anno però Simeone lo ha utilizzato come vero e proprio dodicesimo, ruolo a cui pare destinato per le sue carenze, avanzandolo di qualche metro come seconda punta-centrocampista d'assalto (non saprei neppure come definirlo, in realtà). E qui è esploso: inserimenti, tiri da fuori, una velenosa abilità nello sfruttare i rimpalli, colpi di testa, grande sacrificio in copertura, persino qualche assist. I suoi gol sono stati preziosissimi per vincere partite che parevano inchiodate sullo 0-0 (ne ricordo due: Getafe e Valencia); il suo lavoro d'appoggio ha scardinato la difesa del Barça in Champions'. Inoltre non sono mancati gol di pregevolissima fattura (uno fantastico contro il Porto). Insomma, un vero e proprio apriscatole, sempre pronto e sempre utile, tranne nel derby di andata di Coppa del Re, quando, costretto dal Cholo a un ruolo non suo, ha clamorosamente fallito (come tutti, del resto). Rimane la certezza che non possa essere titolare fisso, ma un jolly per tutte le occasioni, a patto di essere messo in condizione di fare le (poche) cose che sa fare.

Tiago, 7,5: rispetto all'anno scorso ha giocato molto di più e ha spesso brillato per le sue qualità tecniche e tattiche. Si è confermato non velocissimo, ma molto più mobile della scorsa liga e decisamente abile nel prendere in mano il gioco dei colchoneros, giocando tra l'altro da “centromediano metodista”: spesso dietro Gabi, a supporto della coppia difensiva, ma anche in impostazione, con numerose puntate in avanti a sostegno dell'attacco, pur dimostrando ancora una volta di non essere un regista. Insomma una sorta di mezzala a tutto campo, capace di chiudere e impostare con la stessa facilità. Non sono comunque state tutte rose e fiori: nella prima parte della stagione ha giocato con poco nerbo, salendo di tono solo col nuovo anno solare. La partita monumentale contro il Barcellona ne ha confermato, paradossalmente, pregi e difetti: essenziale quando si tratta di elevare il (povero) tasso tecnico del centrocampo, purchè la sfida non sia al calor bianco e quindi gli avversari siano poco aggressivi. Due errori micidiali nella finale di Champions'

Mario Suarez, 5: ancora una volta, ha iniziato benissimo, con un'ottima prestazione in Supercoppa, e si è spento progressivamente. Pare abbonato alle buone prestazioni solo in diretta televisiva: per il resto, il solito scarso filtro, la solita difficoltà nei passaggi e nel prendersi una qualunque responsabilità nell'impostare. Nei fatti, dà sempre la sgradevole impressione di non sapere mai cosa fare del pallone e di necessitare costantemente una guida. Un errore gravissimo nel disimpegno ci è costato il 2-2 di Ronaldo nel derby del Calderon.

Cristian Rodriguez, 5: la sua stagione è stata assolutamente incolore. Prima riserva “pura” (stante Raul Garcia come ibrido titolare-riserva) raramente ha lasciato il proprio sigillo sulla partita. Non lo ricordo praticamente mai andare via di forza sulla fascia, movimento che l'anno scorso gli riusciva abbastanza, né supportare il gioco dei compagni. Ad un certo momento, invece di moltiplicare i propri sforzi per farsi valere, ha detto chiaro che voleva andar via. Verrà accontentato e nessuno di noi rimpiangerà la sua mancanza di senso tattico.

Sosa, 6,5: arrivato in inverno su precisa richiesta del Cholo, non ha dato quello che ci si aspettava. Alcuni buoni dettagli, soprattutto su calci piazzati, ma anche una costante sensazione di estraneità rispetto ai meccanismi di gioco della squadra. In finale col Real è stato praticamente inutile e non ha svolto il compito che gli era stato assegnato, tenere la palla lontano dalla nostra area.

Diego 5: la più grossa delusione della stagione. Richiesto per due anni dal Cholo è finalmente arrivato e non ha apportato praticamente nulla. I suoi difetti sono noti, ne ho parlato a lungo e non starò a ripetermi. Quello che osservo che non si sono visti neppure i suoi pregi e che probabilmente non è arrivato a Madrid con la stessa voglia che aveva avuto nella prima tappa: d'altra parte molte cose sono cambiate nel frattempo e la sua colpa (e credo anche del Cholo...) è stato non averle capite. Di positivo, ricordo solo la prestazione con la Real Sociedad, il gol straordinario ma casuale a Barcellona e la partita col Valladolid, quando le praterie sconfinate lasciategli dai derelitti pucellani lo hanno esaltato. Alla fretta assurda di metterlo in campo imputo il disastro del Bernabeu in Coppa del Re, invece.

Guilavogui, 5,5: ha giocato pochissimo prima di ritornare (in prestito) al Saint Etienne, mostrando alcuni dettagli di pregio ma nel complesso dando l'impressione di non essere mai veramente in sintonia con i compagni. Ci ha messo una discreta volontà di proporre gioco, ma è sempre parso leggermente sfasato rispetto ai compagni: sempre troppo avanti o troppo indietro nei movimenti e nelle proposte di gioco. Tecnicamente mi è parso un po' grezzo, anche se con notevoli margini di miglioramento. Forte fisicamente, è comunque parso in difficoltà anche sul piano atletico, anche perchè è arrivato alla fine del mercato estivo e non ha compiuto la preparazione coi compagni. La vera questione in realtà è se abbia mai voluto integrarsi nell'Atletico, non solo nel gioco ma anche nello spogliatoio e nell'ambiente: diverse sue dichiarazioni paiono suggerire una risposta negativa, con l'aggravante che non sembra entusiasta di tornare dal prestito per giocare con noi la prossima stagione. E se ti scoccia giocare nella squadra campione di Spagna e vicecampione d'Europa, forse è meglio che tu te ne vada.

Oliver Torres, 6,5: una vera perla, capace di inventare giocate magnifiche. Tuttavia non è ancora pronto per il gioco del Cholo, che richiede una forza fisica e mentale che il ragazzino ancora non ha. Molta sofferenza, quindi, nel rispettare le indicazioni tattiche e il carico fisico del gioco colchonero. Nel Villareal, in prestito, ha fatto decisamente meglio. Ha comunque segnato il suo primo gol in prima squadra contro il Betis.

domenica 8 giugno 2014

Bilancio della stagione 2013/2014: la difesa


Courtois, 9,5: la sua stagione è stata impressionante, all'insegna di una continuità di rendimento incredibile. Di fatto ricordo solo pochissime partite macchiate da errori (contro l'Espanyol e l'Athletic). In generale la fama della straordinaria difesa dei colchoneros è dovuta alle sue grandissime parate, con le quali ha supplito ad ogni sbavatura dei compagni. Portiere vecchio stampo (nel senso che preferisce rimanere tra i pali), è tuttavia coraggioso nelle uscite e abile nella scelta del tempo dell'intervento in qualunque situazione. Impressionante la reattività su tiri da vicino e deviazioni dell'ultimo secondo. Inoltre se la cava bene con i piedi e più di una volta l'azione è ripartita da lui: per dire, un portiere che riunisce la migliore tradizione classica del ruolo con le qualità che la modernità impone. Ciò che ha più impressionato è stata la tenacia con la quale ha progressivamente curato i propri piccoli difetti. A mio parere è il miglior portiere del mondo, o comunque tra i primi cinque.

Aranzubia, 5: pochissime partite e la complessiva impressione che non fosse affatto un granchè. Negli occhi rimangono la buona partita col Porto (quando parò un rigore) e il disastro con l'Almeria (due errori marchiani e due gol incassati: difficile fare peggio).

Godin, 9: la sua stagione migliore, quella nella quale è stato, semplicemente, monumentale. I suoi difetti (una certa scarsa reattività, i cali di concentrazione e i gravi errori nel controllo di palla, causa di diversi rigori negli anni scorsi) sembrano scomparsi. Anzi ha mostrato grande esplosività, notevole senso dell'anticipo, grande abilità nella marcatura e un notevole senso del gol sui calci piazzati. Memorabili i suoi gol di testa contro Barcellona e Real nelle ultime due partite dei colchoneros. In alcune partite (cito a memoria contro l'Espanyol e a Pamplona) è stato invece esitante e insicuro, sempre in assenza di Miranda: di fatto conferma di essere scudiero del brasiliano, con il quale rende al meglio.

Miranda, 9: anche per lui una stagione mostruosa, che ne ha evidenziato i pregi: grande senso della posizione, ottimo anticipo, lancio lungo preciso e buona visione di gioco. Ha confermato di essere molto bravo di testa, sia nella propria area che in quella altrui: anche quest'anno, soprattutto su calcio d'angolo, diversi gol pesanti sono arrivati così, su tutti quello contro l'Elche nelle ultime giornate. Ricordo una sola partita veramente sbagliata, l'andata contro il Levante. La seconda stagione ad alto livello lo ha reso, infine, appetito dalle grandi d'Europa, col rischio che possa andarsene.

Filipe, 8,5: decisamente più continuo dell'anno scorso, si è distinto non solo per la potenza delle proprie incursioni, ma anche per il grande lavoro difensivo, non solo sul piano dei recuperi ma anche nel presidio dell'area e nella marcatura. Ottimi i suoi cross, deliziose alcune combinazioni sulla fascia con Arda. Difetta nel tiro: si contano pochissimi tentativi a rete. Anche per lui, qualche sbavatura, nella terza di Liga contro la Real Sociedad e poi alla terzultima col Levante.

Juanfran, 7,5: ha iniziato l'anno così come aveva concluso quello scorso, timido e impacciato. All'inizio spingeva pochissimo e ciò nonostante infilava una serie impressionante di sbavature difensive (col Barcellona in Supercoppa, a San Sebastian, a Vienna... e potrei andare avanti), poi è progressivamente cresciuto e ha cominciato a dipanare assist e percussioni in quantità industriale. Abilissimo soprattutto nel giocare al di là dell'avversario come sponda per le conclusioni in area dei compagni, come a Stamford Bridge. Resta comunque l'anello debole di una difesa fortissima, anche se non invulnerabile come è stato scritto.

Alderweireld, 6,5: centrale di scuola Ajax, arrivato in cambio di Demichelis, ha mostrato buone qualità e mi attendo che acquisti sempre più spazio tra i colchoneros. Disastroso contro l'Espanyol, è poi migliorato fino a segnare il gol decisivo contro il Malaga, su calcio d'angolo come nella miglior tradizione dei centrali biancorossi. Deve comunque crescere, perchè è apparso poco reattivo sul breve e non fortissimo in marcatura: una sorta di clone di Miranda, con cui condivide anche una certa abilità nell'impostare, la mancanza di grande velocità e un'interpretazione del ruolo basata più sulla posizione e sull'anticipo che non sull'esplosività.

Manquillo, 6,5: ha giocato poco, prima di infortunarsi, ma ha convinto quasi sempre. Di fatto, ricordo solo una prestazione negativa, a Vallecas. Appare più abile in avanti che non nella fase difensiva, ma le qualità per crescere anche in questo ambito non gli mancano.

Insua, 3: una autentica sciagura. Appena accettabile in avanti, è stato disastroso in almeno due occasioni, a Milano (quando ogni azione del Milan è nata nella sua zona) e nel derby di coppa perso 3-0 (è stato letteralmente distrutto da Jesé). La fase della stagione in cui ha sostituito Filipe ha coinciso con la flessione dei colchoneros e, a mio giudizio, parte della responsabilità è chiaramente sua. Ribadisco la mia modesta opinione: 3,5 milioni buttati via.

Gimenez, sv: giovanissimo, ha giocato una sola partita, peraltro bene. Troppo poco però per potergli dare un voto o esprimere un giudizio articolato.