domenica 29 maggio 2016

The day after



Tengo claro que del segundo no se acuerda nadie. Perder dos finales es un fracaso. Ahora tenemos que curarnos las heridas en casa. Necesito un tiempo de reflexión para saber que he aprendido de perder estas dos finales. Aún es muy pronto para sacar ese tipo de conclusiones.
El que gana siempre es mejor. El Madrid fue mejor porque ganó y nosotros no pudimos resolver en la tanda de penaltis la posibilidad de salir campeón. ¿Qué le digo a la gente? Que la única manera de seguir insistiendo es trabajando, que es un momento para pensar de parte mía y en ese momento estoy”.

Diego Simeone



Non è stata una bella notte, affatto.

Per anni l'ho sognata, la notte in cui mi sarei addormentato da Campione d'Europa. Per anni. E invece, ancora una volta, ho sperato che il sonno portasse via la tristezza e mi regalasse l'oblio, o magari la guarigione, che in fondo sarebbe la stessa cosa: svegliarsi e non ricordarsi più di essere stato tifoso; alzarsi dal letto, guardare le notizie facendo colazione e pensare “Toh, ieri c'è stata la finale di calcio (sic!) e ha vinto quella squadra in maglia bianca allenata dal tizio che diede una testata a Materazzi ai mondiali di Germania”.

Purtroppo, però, non è questo l'universo in cui si avverano i sogni. Mi sono svegliato e il mio dolore era ancora lì, in quel luogo non ben identificato che va dalla gola al cuore e dal quale non se ne andrà per mesi. Era ancora lì e mi si sono inumiditi gli occhi, come so per certo che accadrà spesso nel prossimo futuro.

Non ho visto la partita, lo ammetto. Probabilmente la mia confessione sconvolgerà molti di voi, ma non posso farci niente. Ho una certa età, ormai. Vengo da un anno molto duro. Non ero sicuro di poter reggere l'ansia di una seconda finale contro i nemici di sempre. Nella mia città, poi.
Non so, forse ho lasciato soli i ragazzi e questo ha determinato la sconfitta (me lo sono chiesto, davvero), ma ho i miei riti a proposito dei derby. Riti che fino a ieri avevano funzionato alla grandissima, (quasi) sempre.
Ero a Torino con amici che, gentilmente, mi hanno portato fuori e hanno sopportato la mia disattenzione, il mio mutismo. Non guardavo la partita ma ero con i ragazzi, eccome se c'ero. Ho sofferto anche di più, probabilmente. Altri amici, caritatevoli, mi informavano via Whatsapp o mi incoraggiavano.

Della partita, quindi, non saprei cosa dire, a parte il poco che ho letto: abbiamo iniziato male, abbiamo preso un gol in fuorigioco (il Real che in una finale segna in fuorigioco, questo sì che non è mai accaduto...); ci siamo svegliati con l'ingresso di Carrasco nel secondo tempo, quando abbiamo giocato molto meglio del Real, ma abbiamo sbagliato un rigore prima di siglare il gol del pareggio. Ai rigori, altro errore.
Non credo ci sia nient'altro da dire: siamo stati lungamente superiori, eravamo superiori, ma non abbiamo concretizzato. Tuttavia, posso davvero prendermela con qualcuno? E con chi, in realtà? Con Griezmann, che ci ha trascinati fin qui? Con Fernando Torres, colpevole solo di non essere più il giocatore che era, ma solo una buona riserva costretto dagli eventi a fare il titolare? Con Gabi, il gran capitano, perché è semplicemente se stesso e non un regista fenomenale? Con Juanfran, il supremo combattente? Con Simeone, che ci ha trascinato di forza, di pura volontà, alla seconda finale in tre anni?
Non posso avercela con nessuno, in realtà. Non voglio neanche farlo, perché nessuno se lo merita.

Ce l'ho con la Sorte, questo sì. Gli amici hanno cercato di consolarmi, carini come sempre, con una bella sfilza di osservazioni sagge e giuste e di buon senso: non c'è disonore nel perdere ai rigori; le finali le perde solo chi ci arriva; devo essere orgoglioso della mia squadra e posso andare in giro a testa alta. Tutto vero. E giusto. E bello. Come le parole di Gabi, el gran capitán, subito dopo la partita: “Sono sicuro che questa squadra vincerà una Champions perché se lo merita”. Già, il merito...

Che cos'è questo merito? Davvero, qualcuno me lo spieghi.
Una squadra di ottimi giocatori e non pochi campioni arriva alla sua seconda finale in tre anni grazie al lavoro, all'organizzazione, all'altruismo e alla reciproca solidarietà di tutti i suoi membri e, per la seconda volta in tre anni, perde la Coppa senza aver perso la partita giocata nei 90 minuti. Come nel 1974, altra grande occasione sprecata: e sono tre finali su tre perse in modo assurdo, ovverosia senza venire sconfitti sul campo...
Dall'altra parte, la squadra avversaria, ricca e potente, arriva all'ennesima finale senza meritarselo, in virtù di un sorteggio favorevole e delle fiammate estemporanee dei suoi viziati e arroganti fuoriclasse. Il suo presidente ha mandato via in malo modo un grande allenatore per chiamarne uno limitato e saccente, a sua volta sostituito da una figurina senza nessuna esperienza, mediocre nel gestire la squadra giovanile (quando conta la mano del coach e non la classe degli interpreti...) e incapace di risolvere uno qualunque dei problemi tattici lasciati dal predecessore e dal mercato. Due dei giocatori più importanti, Keylor Navas e Casemiro, sono stati più e più volte umiliati dalla società perché troppo di sostanza e poco glamour, venduti loro malgrado o messi da parte finché non ci si è resi conto che erano fondamentali (ma anche così, sono solo sopportati come un male necessario). Le stelle strapagate si sono distinte più sui giornali che sul campo, come spesso capita nelle partite decisive o contro squadre di un certo livello. Anzi, una di loro ancora una volta ha esultato dopo un rigore, l'unica traccia della sua presenza, come se avesse segnato una tripletta decisiva. Con la solita sfrontata maleducazione da guappo 'e cartone, come dicono a Napoli. Maleducazione che ha esibito anche Pepe, energumeno adibito a picchiare i centravanti avversari fidando nella protezione data dalla maglia blanca, quando ha commentato la vittoria (cui non ha contribuito, visto che ha causato un rigore che avrebbe potuto essere decisivo) sostenendo che Madrid ha una sola squadra...

E quindi, va bene, amici miei e mio gran capitán, il calcio è solo un gioco, devo essere orgoglioso etc etc, ma dov'è il merito, in tutto questo?
Vi ripeto: dov'è? Perché il calcio ieri sera è sembrato ancora una volta una terribile metafora della vita, di questa vita, dove premi e gioia sembrano essere assegnati a caso e comunque sempre a chi ha già troppo e non ne avrebbe bisogno?
Piove sul bagnato, si dice. E spesso si aggiunge che i soldi portano soldi. E il lavoro? E l'impegno? Cosa portano? Che lezione dobbiamo trarre dalla partita di ieri? Se è quella che sembra, non lascia molte speranze: bastano i soldi, per rimediare ai guasti gestionali dell'arroganza e del pressapochismo. E tanti saluti alla meritocrazia...
E poi vi stupite che io pianga per una partita di calcio?

Se poi qualcuno vuole ammanirmi la solita storia che ci sono migliaia di cose più importanti del calcio, lasci stare. Lo so che il calcio è solo un gioco. Che c'è una guerra in Siria, la crisi economica continua e il riscaldamento globale ci cancellerà dalla faccia della terra, per non parlare della Mafia, del terrorismo e della povertà di interi continenti. Lo so bene.
So anche, però, che, se non c'è giustizia neppure in uno stupido gioco, è difficile credere che possa esistere altrove. Saúl ieri sera ha detto inconsapevolmente la stessa cosa con parole diverse: “Questo spogliatoio non si merita che gli capiti due volte tutto ciò”. Già, non se lo merita... Cos'è il merito? Perché così spesso, perfino in un gioco, c'è un così grande scollamento tra realtà e giustizia?

Ecco perché ieri avevo gli occhi lucidi. Li avevo anche oggi e li avrò anche domani.

Stamani, per assecondare il mio umore, ho deciso di salire a Superga, dove non ero mai stato. Salivo per la strada che mi pareva interminabile e continuavo a rimuginare gli stessi pensieri, senza trovare consolazione. “Perché mi è toccata in sorte questa squadra?”, mi chiedevo.
Forse è solo questione di prospettiva, mi sono detto: quante sono le squadre europee che possono dire di essere arrivate tre volte in finale di Coppa dei Campioni? Poche, pochissime... Non l'Arsenal, per esempio. Nè l'Anderlecht. Quante quelle che possono a ragione nutrire il dubbio di essere maledette, ogni volta che si approcciano una finale? Così, a occhio, squadre di rango come Benfica e Juventus. E quante quelle che, verosimilmente, non ci arriveranno mai o mai più? Tantissime, dallo Sporting Lisbona all'Ajax, dall'Everton al Celtic, dalla Steaua Bucarest al Napoli o alla Roma...
La verità è che la mia condizione è comune a moltissime persone, in ogni parte del mondo, tutte quelle che non tifano per poche, pochissime squadre.

Anche così, però, era difficile trovare consolazione. Essere arrivati a una o più finali non garantisce nessuna ipoteca sul futuro: la storia è fatta di momenti di cui bisogna approfittare, perché certezze non ce ne sono. Neppure PSG e Manchester City possono essere sicure, dall'alto dei propri petroldollari, di poterci arrivare, figuriamoci di vincere.
Anche il calcio, come la storia, vive di snodi fondamentali, che possono cambiare senso e verso di un'era: cosa sarebbe stato del Real, se Di Stefano fosse approdato al Barcellona? Cosa rimane di squadroni come il Bologna degli anni trenta, la formidabile Honved o lo Sporting Lisbona “dei cinque violini”, fioriti quando le coppe europee ancora non esistevano?

Come potevano sapere, i tifosi di molte di queste squadre, che non avrebbero mai più rivisto i loro club a quel livello? Che le bacheche le avrebbero riempite gli altri, altri che allora spesso nessuno conosceva? Chissà in che modo declinano la domanda “Perché mi è toccata in sorte questa squadra?”.

E il Grande Torino? Come dimenticare il Grande Torino?
Cosa significa tifare per una squadra il cui momento di gloria irripetibile è ormai dietro alle spalle? Come si sopravvive a una tale sorte? Come si convive con l'altra metà del cielo, quella bianconera, che invece ha tutto,a partire dai soldi e dal potere? Come si coesiste con la consapevolezza che la Sorte è stata tremendamente crudele, ti ha tolto non solo una squadra fenomenale ma anche un presente che probabilmente sarebbe stato molto diverso?

Se una sola delle finali dell'Atletico fosse andata diversamente, che spartiacque sarebbe stato, per la nostra storia?”, mi sono spesso chiesto. Però, davanti alla lapide di Superga, in mezzo a un meraviglioso bosco che nulla lasciava trasparire della tragedia infinita di quasi settant'anni fa, mi è parso che la mia domanda fosse piccola piccola. Che la mia voglia di lasciar perdere, di non soffrire più così tanto, non avesse senso. Cosa dovrebbe dire un tifoso del Toro? Cosa avrebbe dovuto pensare un tifoso del Toro allora, quando fu spogliato non di una vittoria, ma della Speranza? Dov'era il merito, in quello schianto? Dove la Giustizia?

Ho sostato un po' davanti alla lapide coi miei pensieri. Ho pensato a capitan Valentino e a Diego Godin. Ho pensato che i nostri guerrieri ci sono ancora.

Non ci sarà giustizia, non ci sarà merito, ma i nostri guerrieri ci sono ancora...


Es un golpe duro, pero nos levantaremos. Este es un grupo ganador. Estoy orgullosísimo de mis compañeros, vamos a seguir peleando".

Diego Godin

martedì 22 dicembre 2015

Ciclotimia


Dicesi “ciclotimia” un disturbo dell'umore caratterizzato dall'alternanza ingiustificata tra periodi di depressione e torpore letargico e periodi di iperattività, creatività ed ottimismo. Curarla è difficile, perché non ne è nota la causa. Spesso persino individuarla e diagnosticarla è complesso.

Più passa il tempo, più guardo le partite dell'Atletico, più mi ritrovo a domandarmi se i colchoneros siano una squadra ciclotimica: intere partite preda di una inspiegabile apatia, come ad Astana, seguono partite di grande vitalità e di splendido gioco, come quella contro il Valencia.
Addirittura, chi ha visto la partita di La Coruña lo potrà confermare, l'Atletico cambia completamente atteggiamento, direi quasi fisionomia, da un tempo all'altro: a 45 minuti di ottimo livello, degni eredi della partita col Valencia, è seguito un secondo tempo privo di qualunque spunto, di una qualsivoglia idea di calcio che non fosse lanciare la palla in tribuna.
Anche a Malaga, l'altro ieri, è successo (sia pur in piccolo) lo stesso: un primo tempo in cui “è mancata l'intensità” (testuali parole dei protagonisti) ha lasciato spazio a una seconda metà accettabile (ma niente di più), purtroppo rovinata da una grave ingenuità di Gabi.

Da San Sebastian, gara oggetto del mio ultimo post, ad oggi, si sono succedute partite di ogni tipo: vinte con merito, artigliate con fortuna, sofferte oltre ogni dire, stravinte nel gioco ma non nel (miserrimo) punteggio. Una varietà notevole, anche se nel segno di un gioco che è sembrato, per lunghi tratti, convincente e bello: Lisbona, Granada, le due in casa con Galatasaray ed Espanyol, tanto per citare alla rinfusa.
Di fatto, c'era di che essere soddisfatti: 15 partite senza sconfitte, primo posto in Liga e in Champions'. Ad uno sguardo superficiale, c'era proprio da esserne soddisfatti.

Lo ripeto, perché sia chiaro: ad uno sguardo superficiale.
Già, perché vi sfido a trovare una sola partita, di queste quindici, in cui il gioco sia stato costante. Si gioca bene per mezz'ora e male per un'ora. O il contrario. O anche solo per 10 minuti. Si segna subito e non si combina più nulla per il resto della partita. O si arriva davanti al portiere avversario ogni 15 secondi e si porta a casa un misero gol. Si domina il match, si segna un gol a fatica e poi si corre il rischio di farsi infilzare come polli al novantesimo.

Lo so, molti non sono d'accordo col mio pessimismo e trovano conforto nei numeri, nel primato, nei molti cambi rispetto all'anno scorso e nella gioventù dei nostri ragazzi. Tutto vero, ci mancherebbe.
Però ciò non toglie che la squadra una chiara identità non ce l'abbia (siamo andati a Malaga convinti di averla ormai trovata e ne siamo usciti con le ossa rotte), che giochi a strappi e che quasi tutti i nostri giocatori non riescano a infilare più di tre partite di fila ad alto livello: quando gira Griezmann, non lo fa Koke; quando Gabi, non Gimenez; quando Saul, non Filipe (metteteci pure qualunque nome di vostro gradimento, il risultato non cambia). E poi attaccanti dal rendimento pietoso; acquisti che non riescono a dimostrare il loro valore o che, quando devono dare un segnale importante, si inabissano e spariscono (Correa? Vietto?); altri di cui siamo in attesa da mesi (Jackson); vecchie colonne che corrono come galline senza testa e non la prendono mai (Fernando Torres).

Com'è possibile, io mi dico, essere ancora a questo punto?
Uscite per un attimo dalla logica della doppia contestazione “Il calendario è stato difficile e la stagione finora è buona” (certo, i numeri dicono questo e non si discute) e “Bisogna avere fiducia nel Cholo, a lui dobbiamo tutto” (altroché!!! Chi non ce l'ha, si compri “Atleti, de muerto a campeón” di Rubén Uría: senza Simeone, il club sarebbe fallito, lo sappiamo benissimo tutti. Preghiamo perché il Cholo rimanga in eterno).
Uscite da queste due affermazioni, tanto profonde e veritiere quanto, paradossalmente, banali e generiche.

Uscitene. E poi fatevi queste tre domande:

Pensate veramente che, con questa media-gol asfittica (poco più di un gol a partita), possiamo veramente vincere la Liga e/o la Champions'?

La colpa di tutto ciò è solo della scarsa forma degli attaccanti o anche di una squadra che spesso se ne sta ripiegata su se stessa? Tra l'altro, qualcuno è riuscito a capire se questo capita per volere di Simeone o per eccesso congenito degli undici in campo? Perché alcune volte è sembrato quasi che i giocatori fossero più realisti del re...

Avete notato che la squadra è sembrata più sciolta proprio quando, a causa dell'infortunio di Tiago, Simeone è stato costretto a venire meno al suo credo e a far giocare, insieme a Ferreira-Carrasco, un Saul e/o un Oliver decisamente meno apprezzati del portoghese per la loro inferiore disciplina tattica? Tra l'altro, la squadra fin da agosto sembra aver perso alcune caratteristiche peculiari del Cholismo (la terribile efficacia sottoporta, l'abilità nei calci piazzati, una fisionomia ben precisa di gioco), senza aver guadagnato nulla dall'iniezione di tecnica e gioventù di quest'estate.
 

Qui non si tratta più di aver fiducia o riconoscenza nel Cholo, a mio parere. Ne ho in abbondanza, come questo blog dimostra (il che non significa accettare acriticamente ogni cosa che fa). Tra l'altro, non dimentico mai un paio di dettagli: pagano lui per fare l'allenatore, non me (e lui ne sa di più); vede i ragazzi tutti i giorni in allenamento, io no.

Qui si tratta di guardare in faccia la realtà. Signori, non nascondiamoci dietro a un dito: questo è l'anno in cui decidere cosa vogliamo fare da grandi. E non si diventa grandi con un gol a partita, con Gabi come perno del gioco o con Fernando Torres come attaccante centrale. Ma non è neppure (solo) una questione di nomi: è questione di identità di gioco, di bravura nel cogliere le occasioni, di capacità di intimidire gli avversari non solo con la ferocia agonistica ma anche grazie alla abilità tecnica.

La vera domanda, io credo, è questa: vogliamo che questo sia il nostro massimo, o crediamo fermamente che possiamo spingerci oltre?


Ognuno ci pensi su e dia la propria risposta e, se crede, la condivida qui sotto.
Io vi do la mia: sono quasi trent'anni che seguo l'Atletico. In questi trent'anni mi sono sorbito una quantità di umiliazioni infinita, dal Gilifato a risultati sconcertanti (dicono niente nomi come Groningen e Politehnica Timisoara? E i 14 anni senza vittorie nel derby?), dalla gestione Rubí a due anni di Segunda Division. Ora, grazie a Simeone (e solo a lui, lo ripeto per l'ennesima volta), vivo qualcosa che non avrei mai immaginato di vivere. Bene, voglio di più.

Voglio di più e mi domando perché non dovrebbe essere lecito.

martedì 20 ottobre 2015

Real Sociedad – Atletico Madrid 0-2: economia in salsa francese


Il bello del calcio è che si tratta di una religione che ammette moltissime interpretazioni: contropiede, calcio totale, verticalità esasperata, palleggio insistito e chi più ne ha più ne metta. Nonostante la storia del calcio sia piena di fasi di integralismo spinto, dall'era del 4-4-2 o morte al tiki-taka o alla moda del momento, il gegenpressing (solo per citare gli ultimi anni, ovviamente), i rivolgimenti ci sono sempre stati, alle volte brutali e inaspettati.
Per di più, la stessa squadra è ritenuta assai abile, almeno all'occhio moderno, se nella stessa stagione, meglio ancora nella stessa partita, riesce a variare modulo, schemi di gioco, equilibrio complessivo, posizione del baricentro.

Consapevole di tutto questo, ogni volta mi accingo a guardare l'Atletico con spirito zen, aperto alla novità ma consapevole dell'importanza di accogliere ciò che arriva, però trovo sempre la stessa cosa: il nulla.

Non c'è verso, questa squadra non funziona. Punto. Poi, certo, possiamo parlare della sosta per le nazionali, del difficile campo dell'Anoeta (anche quest'anno? Ma dai...), della necessità di dosare le forze, del fatto che in classifica siamo lì, del torpore di Jackson Martinez e degli episodi sfortunati. Però, se usciamo dalla mera logica economica (calendario molto più difficile delle altre, ma tanti punti comunque = ottimo risultato e soprattutto ottima posizione in prospettiva), dobbiamo confessarci che lo spettacolo è penoso.

Peggio, tocca dirci che il gioco non esiste. A me, personalmente, costa sempre più fatica rimanere davanti al computer a sorbirmi una noia fatta di sovrapposizioni, diagonali e baricentro basso. Tutti movimenti che conosco a memoria e non mi emozionano più, perché mi sembrano ormai non il mezzo, bensì quasi lo scopo delle partite dei colchoneros.

Ormai il copione, fatte salve le gare in cui neppure siamo scesi in campo (Villareal, per esempio), è lo stesso: forcing iniziale, gol, difesa nella propria metacampo, spesso senza neppure cercare il contropiede.

La partita di San Sebastian è stata orrenda, senza se e senza ma. Non mi aspetto il calcio-champagne, anche se a questo punto uno si domanda perchè quest'estate siano arrivati determinati calciatori, ma neppure una squadra che segna su uno spunto individuale eccezionale e poi rinuncia a giocare. Con gli uomini adatti al contropiede, l'Atletico ha semplicemente smesso di giocare dopo 14 minuti.
Personalmente, credo di aver visto solo palloni lunghi in avanti, baricentro bassissimo (e poi ci lamentiamo delle ammonizioni...), ritmo soporifero e tackles alla disperata (quello di Gimenez sarà pure un atto eroico, come dice il Cholo, ma anche il segnale di dove fosse il baricentro della squadra nel finale della partita).
Il tutto con in campo gente del calibro di Correa, Griezmann, Jackson e poi Fernando Torres e Ferreira-Carrasco. Con il francese finalmente riportato al suo ruolo naturale, invece che disinnescato sulla fascia (e ha segnato ancora, ma guarda un po'...), ma l'argentino invece costretto a portare la croce sulla fascia come un Mario Suarez qualunque.
Dopo il gol, si è fatta economia di tutto: gioco, corsa, fiato.

Se la Real avesse avuto un attaccante anche solo decente, saremmo finiti nei guai, mi pare chiaro. E a chi dice e scrive che San Sebastian è un campo difficile (il Cholo in primis) mi sento di rispondere che in questa affermazione si annida già il germe della contraddizione: se è così, e se gli avversari sono così forti, forse non si può vivacchiare sul golletto di vantaggio senza fare nulla, perchè subire il pareggio non è poi così difficile.

Le settimane passano e non si vedono miglioramenti, mi spiace dirlo. Anzi, aggiungo un'altra cosa: il vero Atletico l'ho visto solo contro il Siviglia e, in parte, contro il Galatasaray.
Possibile che solo in questa squadra la gente faccia fatica ad adattarsi e che questo adattamento debba sempre e solo coincidere con il lavoro difensivo? Quando accadrà che sia la squadra ad adattarsi alla massiccia dose di talento che, almeno sulla carta, ha guadagnato sul mercato estivo e potrebbe mettere in campo?

Se ragioniamo col metro dei punti conquistati, possiamo vedere il bicchiere mezzo pieno, ma rischiamo di non cogliere i motivi per cui rischia di svuotarsi completamente.
Spero che il Cholo ne sia consapevole, anche se sembra sempre muoversi a tentoni.

Note positive
Griezmann: poche storie, dall'inizio dell'anno È l'Atletico. Quando gioca, si va; altrimenti, si affonda. Il gol è un'autentica prodezza, non devo certo dirlo io. Speriamo che non gli venga il raffreddore.
Carrasco: entra e regala un po' di vita a una squadra asfittica e fossilizzata. Si sbatte in difesa e anche in attacco.

Note negative
Gabi – Tiago: lenti, macchinosi, impegnati solo nel controllare la propria zona di pertinenza e mai nel proporre gioco. Se proponi un centrocampo così perché pensi di costruire il gioco sulle ali, poi sugli esterni deve avere dei portenti, non giocatori fuori ruolo a cui chiedi principalmente di coprire la propria zona.





Real Sociedad: Rulli; Zaldua, Reyes, Iñigo Martínez, De la Bella; Bergara (Pardo, m. 83), Illarramendi; Vela, Canales (Bruma, m. 73), Zurutuza (Jonathas, m. 83); y Aguirretxe.
No utilizados: Olazabal, Mikel González, Xabi Prieto y Yuri.


Atlético: Oblak 6; Juanfran 6, Giménez 6,5, Godín 6,5, Filipe Luis 6; Gabi 5,5, Tiago 5,5, Koke 6,5; Correa 5 (Carrasco, m. 62 7), Griezmann 8 (Saúl, m. 86 sv) y Jackson 5 (Fernando Torres, m. 64 6).
No utilizados: Moyá, Siqueira, Óliver y Savic.






Goles: 0-1. M. 9. Griezmann. 0-2. M. 90. Carrasco.
Árbitro: Iglesias Villanueva. Expulsó a Reyes por doble cartulina amarilla (m, 89) y a Jonathas (m. 90). Amonestó a Giménez, Correa, Godín, Bergara, De la Bella, Filipe Luis, Pardo y Gabi.
25.644 espectadores en Anoeta.

martedì 13 ottobre 2015

Si fa presto a dire gol... (Appunti sparsi dopo Benfica e Real)


Ammetto che, abituato a vedere nel Cholo Simeone una figura granitica dalle idee chiare e nette, ultimamente mi trovo un po' a disagio nell'osservarne le mosse. Mosse che a me paiono assai confuse, da apprendista stregone che manipola e mescola a caso ingredienti di cui ha solo una vaga idea nella speranza di azzeccare la formula giusta.

Molti di voi diranno che sto esagerando, e probabilmente hanno dalla loro una buona parte di ragione, ma nessuno potrà togliermi dalla testa l'impressione che il buon Diego si sia comportato, finora, come un Mourinho qualsiasi, capace solo, quando se la vede brutta, di buttare in campo tutti gli attaccanti che si ritrova accanto in panchina.
Come spiegare, d'altra parte, il fatto che più volte i cambi avvenuti subito dopo l'intervallo abbiano completamente cambiato il volto della squadra? Il problema è annoso, però reale: formazione iniziale sbagliata o grande capacità di cogliere il momento giusto per indirizzare la partita?

Considerata la tendenza di Simeone a ritardare il più possibile i cambi, direi la prima. Tuttavia, il problema non sarebbe neppure questo, a mio avviso.
Infatti la vera questione è che tipo di formazione e di gioco avesse in mente il Cholo quest'estate, quando la rosa della squadra è stata confezionata abbastanza velocemente e gli uomini sono stati a disposizione fin da subito. Uomini scelti da Simeone stesso, o quantomeno da lui stesso approvati, diciamolo chiaramente. Certo, Kranevitter arriverà solo a gennaio e Thiago Motta, dopo tanto lagnarsi, non si è mosso da Parigi; però, siamo sinceri, davvero avrebbero spostato gli equilibri? O, per meglio dire, davvero avrebbero permesso di sviluppare un gioco che, al momento, invece, latita?

Perché la verità, a dirla tutta, è molto semplice: questo Atletico non ha un gioco. Bello o brutto, speculativo o artistico, efficace o poco concreto non importa: non c'è. Finora, abbagliati da Griezmann, non ce ne eravamo accorti, ma ora la cosa balza all'occhio.
Quale sarebbe il modulo, tanto per dire? Perché gli uomini che sono stati presi in avanti sembrano tagliati per il 4-3-3, ma chi è rimasto a centrocampo non proprio, per esempio. (Non entro nel merito delle cessioni, cui dedicherò un post che aspetta nel cassetto da quest'estate: in sintesi, tutti quelli che se ne sono andati l'hanno voluto, quindi il club non ha responsabilità). Tra l'altro, resto dell'idea che questo modulo frullasse nella testa del Cholo già dall'anno scorso, quando forse aveva accarezzato la possibilità di schierare ogni tanto un tridente Griezmann – Mandzukic – Cerci, con Arda a sostegno e/o in sostituzione di uno degli esterni. Per un modulo così ci vuole però, a centrocampo, gente abile coi piedi e di grande dinamismo, cosa che non sono né Gabi (peraltro in crescita), né Tiago, per quanto non se la stiano cavando male. Oltre a Saul e Koke, io non vedo nessuno, però.
Anche su quest'ultimo ci sarebbe da scrivere un romanzo: quanto tempo è che Simeone ne parla come futuro play-maker? Almeno un anno. Da quanto gioca in quel ruolo? Beh, la risposta la conoscete già.

Il gioco non c'è perché non ci sono né una formazione-tipo, né uno schema di riferimento chiaro. L'abituale 4-4-2 è imbastardito continuamente dalla posizione anomala di Griezmann, cui vengono tarpate le ali da goleador per fornire equilibrio alla squadra. Il 4-3-3 compare solo quando il francese avanza, mal supportato dietro da Filipe, che non è ancora quello che conoscevamo. Mi pare che troppi uomini si sfianchino nel tenere in piedi un sistema di gioco in cui non si sentono a proprio agio e nel quale ancora non hanno capito che ruolo abbiano.

In più, la squadra non sa neppure bene che tipo di interpretazione dare del proprio stare in campo: contropiede? Gioco manovrato? Un po' e un po'?
Come ho spiegato più volte, chi ritiene Simeone un allenatore da contropiede grezzo non ha capito nulla: il suo primo Atletico si adattava meravigliosamente alle varie fasi della partita, così come quello che vinse la Liga e sfiorò la Champions'. Erano squadre armoniche, abili nel difendersi e ripartire come nel battere l'avversario con la manovra, capaci di difendere basso, così come di pressare alto per rubar palla già nella metacampo avversaria. La loro manovra, contrariamente a quanto scrivono gli ignoranti, sapeva essere fluida, anche se il tasso tecnico non era comunque tale da superare agevolmente le difese munite e di buon livello.

Ora invece mi pare che Simeone vada a tentoni, cercando di trovare una quadratura del cerchio che però sfugge, anche perché l'argentino non sembra avere ben chiara neppure la direzione in cui muoversi. Le ultime due partite, come quella contro il Villareal, hanno dimostrato che la squadra solo a sprazzi sembra essere consapevole di quanto dovrebbe fare e probabilmente anche di quanto vorrebbe fare. E sempre perché viene trascinata da sprazzi di singoli giocatori, non da un'idea collettiva. Per gran parte del match si limita a ruminare un calcio poco propositivo e discretamente statico.
In un contesto così fluido, bastano alcune disattenzioni difensive (contro Benfica e Real clamorose...) per indirizzare negativamente il match.

Aspetto che il Cholo si chiarisca le idee, perché la squadra c'è e mi pare anche migliore dell'anno scorso. Però aggiungo che a centrocampo la coperta è corta, sia sul piano della qualità che dell'età, e davvero non vedo come questo possa non essere un problema nel corso della stagione. Anzi, a ben vedere lo è già, se non si trova un regista e se bisogna sacrificare il nostro miglior attaccante all'ala.

lunedì 28 settembre 2015

Villareal – Atletico Madrid 1-0: giocando a nascondino...


Seconda sconfitta in sei gare per gli uomini di Simeone. Peggior inizio di campionato da quando l'allenatore argentino siede sulla panchina dei colchoneros, recitano le gazzette, e pazienza se si tratta anche del più difficile che io ricordi: arrivare terzi e affrontare le prime sette del campionato precedente nelle prime 10 giornate è roba da primati, da chiedersi come diavolo venga stilato il calendario della Liga.
Tuttavia, dato a Cesare quel che è di Cesare, non possiamo nasconderci dietro a un dito ed ignorare un paio di questioni tanto evidenti quanto penose.


La prima è che il livello della Liga si è alzato. Villareal e Celta hanno lavorato bene negli ultimi anni, costruendo tassello dopo tassello squadre di buon livello anche se di poca fama ed ora passano all'incasso. Lo so che non è mai bene citarsi ed elogiarsi, ma lo farò lo stesso, anche se posso risultare inelegante (poi spiegherò perchè): giorni fa, in una discussione con altri tifosi italiani dei colchoneros, avevo messo in guardia da queste due squadre. E tutti a dirmi: ma dai, ma non durano mica, noi dobbiamo guardare al Siviglia e al Valencia (a proposito, è appena dietro di noi, così, per dire...), di certe squadre non dobbiamo neppure interessarci! E io: guardate che lo stesso ritornello si sentiva anche per sevillistas e valencianos lo scorso anno e sappiamo bene com'è finita...
Naturalmente, sono io il primo a non essere felice di aver avuto ragione. Naturalmente, so anch'io che siamo superiori a Villareal e Celta e che dovrebbe essere nell'ordine naturale delle cose, nel corso della stagione, sopravanzare entrambe. Però il discorso che facevo e faccio ancora è diverso: sono abbastanza forti da metterci sotto quando le affronteremo (sissignori, anche al ritorno) e da farci perdere punti preziosi. A me non importa niente se saremo finiti davanti a loro a fine campionato; a me interessa quanti punti avremo perso a causa loro e dove avremmo potuto essere in classifica altrimenti. Ora, per dire, siamo quinti a meno quattro dalla vetta, quando avremmo ragionevolmente potuto essere primi a pari punti col Barça e con un vantaggio minimo sul Real.


La seconda questione dalla quale non possiamo davvero scappare è la seguente domanda: non è che finora la forma smagliante di Griezmann abbia distratto un po' tutti, me compreso (ed ecco la spiegazione cui facevo riferimento: mi cito anche quando sbaglio...), dall'osservare che questo Atletico non ha ancora uno straccio di gioco là davanti? Finora non ci avevo fatto caso, ma la fatica inumana che i colchoneros hanno fatto per portare la palla dal cerchio del centrocampo fino all'area avversaria mi è balzata agli occhi in maniera netta e chiara. Un ruminio incessante del pallone, con giocatori lenti, mai a dettare il passaggio nello spazio e sempre in attesa di ricevere la palla sui piedi. Un'evidente riaffiorare dell'aborrita e mai del tutto scomparsa Manzanite. Merito del Villareal, certamente, che ha applicato a noi la nostra stessa ricetta: gol, barricate e contropiede. Ma quanto demerito nostro? Quanto colpa di un attacco incapace di varcare le difese munite, statico e talvolta persino velleitario? E quanto di un centrocampo incapace di proporre un gioco fluido e persino un gioco di un qualche tipo?
Non esiste una formazione-tipo dalla cintola in su, fateci caso. Alzi la mano chi conosce la risposta anche a una sola di queste domande: il nostro centravanti titolare è Jackson o Fernando Torres? Griezmann è considerato un'ala o una seconda punta? Saul è un esterno o un centrocampista centrale? Quale sarebbe il ruolo di Correa? E quello di Vietto? E quello di Koke?


La mia sensazione è che Simeone, finora, non abbia ancora deciso a cosa vuole giocare e, così, si sia limitato a giocare a nascondino. Scelta deleteria, perchè dopo sei giornate la squadra naviga a vista, anche se le altre grandi non mi paiono messe meglio e comunque siamo lì, nel gruppo.
Tuttavia, anche se come suol dirsi “mal comune, mezzo gaudio”, non riesco a spiegarmi come mai il Cholo non abbia ancora finito di fare gli esperimenti, considerato che la rosa è stata completata molto presto e che, stando agli acquisti e alle dichiarazioni di Simeone, sembrava proprio che questo fosse l'anno di un cambio sostanziale nel gioco dei colchoneros. Sono stati presi molti giocatori di qualità e fin dai primi giorni di ritiro è stato sbandierato ai quattro venti il nuovo ruolo di Koke nel doble pivote. Di tutto questo non si è visto nulla. Mentre continua a vedersi uno spettacolo che va avanti da anni, quello di una squadra che, con avversari chiusi a riccio o che alzano il pressing fino alla nostra trequarti, fatica a creare gioco e a uscire dall'area palla al piede: non capita tutti gli anni di avere un Diego Costa a fare tutto da sé là davanti!
Così, nonostante le premesse di quest'estate, si va avanti così, con un Jackson spaesato che certo non si potrà ambientare giocando metà delle partite e non concludendone mai nessuna, un Fernando Torres che va a corrente alternata come d'altra parte Tiago, un Gabi in crescita ma che comunque non sarà mai un regista, un Koke che non viene mai schierato da regista anche se viene costretto ad essere tale, di fatto, ma partendo dalla fascia, un Saul che non gioca dove rende (al centro) per fare invece la finta ala.
Poi arriva la gara in cui la difesa non è impeccabile e la barca affonda: si prende un gol e non si recupera più, secondo costume della casa. Poi Oliver Torres comincia a calare, per mille motivi a me ignoti, e la luce, se manca anche Koke, si spegne del tutto.
Che manchi un regista dai tempi di... Schuster (volevo essere cattivo e dire Adelardo, che in ogni caso, come il tedesco, regista puro non era) è noto, che quest'estate Thiago Motta (!!!) fosse atteso come il Messia pure, che ora il giovane e ancora tutto da testare Kranevitter sia atteso nelle stesse vesti per dicembre anche.
Nonostante gli ottimi arrivi, alcuni difetti storici non sono mai stati sanati. Per assurdo, credo che questa possa essere, proprio per queste mancanze, più una squadra da seconda fase di Champions' che da Liga. Sarebbe un peccato, ma la mia sensazione è questa.


Per l'intanto, partido a partido, va benissimo. Ma urge una formazione-tipo, please, e un turn-over che non sembri andare a casaccio e spedire in tribuna gente che ha giocato benissimo la partita prima (Correa?) per far giocare altri che non hanno bisogno di calcare l'erba per entrare in sintonia con la squadra, quanto piuttosto di mesi di palestra per essere a livello degli altri (Vietto). Che in certi ruoli ci sia un chiaro titolare e una chiara riserva, soprattutto se quest'ultima ha dimostrato di non rendere allo stesso modo quando è in campo dall'inizio (Fernando Torres?).


Note positive
Correa: se l'Atletico, in qualche modo, riesce ad impensierire Aréola, è merito quasi esclusivamente suo, anche se non mostra la magia cui ci aveva abituato altre volte.

Note negative
Difesa: capita, ci mancherebbe, ma il centro-sinistra si trasforma in banda del buco e regala un gol impreziosito da fraseggio sulla nostra trequarti agli avversari. Guardare la posizione del trio Filipe – Gimenez -Godin sul gol di Baptistao per credere.






Villarreal: Aréola; Mario, Bailly, V. Ruiz, J. Costa; Jonathan (D. Suárez, m. 67), Trigueros (Pina, m. 77), Bruno, S. Castillejo; Soldado y Leo Baptistão (Nahuel, m. 46). No utilizados: Barbosa, Jokic, S. García y Rukavina.


Atlético: Oblak 6,5; Gámez 6, Giménez 5, Godín 5, Filipe 4,5; Óliver 5 (Correa, m. 66 7), Gabi 5,5 (Vietto,m. 46 4), Tiago 5,5, Saúl 6; Griezmann 6,5, Jackson Martínez 5 (Torres, m. 46 5).
No utilizados: Moyá, Savic, Juanfran y Thomas.



Goles: 1-0. M. 14. Leo Baptistão.
Árbitro: Fernández Borbalán. Amonestó a Griezmann, J. Costa, Tiago y Soldado.
El Madrigal, unos 23.000 espectadores.

giovedì 24 settembre 2015

Atletico Madrid – Getafe 2-0: tutto il resto è noia


A voler condensare la partita di martedì in poche, semplici parole, dovremmo scrivere qualcosa di simile: una zampata di Griezmann, novanta minuti di noia e velleitarismo, un altro colpo gobbo del francese, sempre più deus ex machina della squadra di casa. Semplicistico, ma non troppo lontano dalla verità.

Cosa resta, dunque, della partita dell'altro giorno? In realtà, una serie di riflessioni e di sensazioni che aprono scenari differenti e ancora tutti troppo immaturi per potersi anche solo intravvedere con chiarezza.

Resta l'azzardo di Simeone, che rivolta la squadra come un calzino e ne ottiene tre punti un po' casuali ma non immeritati. D'altra parte, la situazione del Cholo è sempre la stessa: se cambia, gli si rimprovera l'azzardo; se non lo fa, di insistere sempre sugli stessi uomini fino a logorarli. I cambi sono stati pesanti e sostanziali, ma sono avvenuti, è il caso di chiarirlo subito, nell'unico momento possibile: i prossimi 10 giorni propongono il trittico Villareal – Benfica – Real Madrid. Non proprio bruscolini, insomma.
Vista la profondità dei cambi, si può tra l'altro ipotizzare che in quei dieci giorni Simeone schiererà la formazione migliore e chiederà a tutti di stringere i denti e dare il massimo.
D'altra parte, i cambi sono stati certamente profondi, ma forse non così sostanziali come potrebbero apparire. Se infatti la vera identità di una squadra è data dalla sua spina dorsale, ecco che questa, in realtà, è rimasta intatta: Oblak, Godin, Gabi e Griezmann hanno visto il campo anche l'altra sera.
Di facce veramente nuove, ce n'erano solo due, Savic e Carrasco, che nel complesso non hanno demeritato, ma di sicuro sono sembrati ancora poco inseriti nel contesto complessivo della squadra.  
In ogni caso, intensità, concentrazione e gioco sono andati progressivamente calando, tanto da spingere Simeone a correre ben presto ai ripari, ancora una volta tramite sostituzioni “anticipate” rispetto ai canoni abituali. A questo proposito, però, mi sento di aggiungere una mia personale osservazione: certo Simeone non è uomo da proporre cambi a raffica in pochi minuti tra intervallo e inizio del secondo tempo, però è anche vero che, da quando è sulla panchina dei colchoneros, questo è forse il primo anno in cui la ricchezza delle alternative gli permette di azzardare di quando in quando questo tipo di mosse. Ergo, parere squisitamente personale, prepariamoci a vedere molto più spesso che in passato questi cambi improvvisi.

Che la concentrazione non fosse al massimo e che per di più sia andata scemando progressivamente nel corso della gara, è testimoniato anche dai diversi errori che hanno permesso al Getafe di godere di tre – quattro occasioni per segnare. Per fortuna l'equipo azulon si è rivelato piuttosto mediocre anche nelle conclusioni, oltre che nel gioco; ciò non toglie però che l'Atletico abbia pian piano concesso terreno agli avversari, peggiorando e ingrigendosi sempre di più.

Quando sembrava ormai che i colchoneros, sia pure sulle ali di un gioco asfittico e farraginoso, potessero portarsi a casa una vittoria con minimo di scarto, ecco il raddoppio firmato ancora una volta da uno straordinario Griezmann. Visto che Fernando Torres ha confermato che da titolare non ha la stessa forza che da riserva, che Jackson è apparso ancora un pesce fuor d'acqua e che Correa non ha sprigionato nessuna magia, bisogna davvero ringraziare il francese per questi tre punti.
Tra il suo primo lampo e l'altro, di positivo s'è visto ben poco. Però, siccome il campionato è lungo e certe partite sono inevitabili, godiamoci i tre punti e cominciamo a pensare a come fare lo sgambetto a Villareal e Celta, cresciute in maniera esponenziale nelle ultime settimane.


Note positive
Griezmann: il primo gol è da centravanti d'altri tempi, tutto riflessi e acrobazia; il secondo da opportunista nato, abile a farsi trovare nel posto giusto al momento giusto. Fossimo a Milano, diremmo el sègna semper lü...
Tiago: entra mentre la barca sbanda e subito rinserra le fila, guidandola in porto con tranquillità e togliendosi anche lo sfizio di iniziare l'azione del 2-0


Note negative
Oliver: il canterano non accende la luce, non difende e, per di più, con un retropassaggio sciagurato al 41' manda in porta gli avversari, anche se a evitare il patatrac di pensa San Oblak (tra l'altro, è il secondo errore di questo tipo in due partite per i colchoneros: contro l'Eibar era stato Juanfran con un retropassaggio di testa a sfiorare l'autogol).
Siqueira: rispolverato dalla naftalina, si prende uno dei gialli più stupidi e inutili della storia dopo soli tre minuti. Poi non spinge, non difende e si segnala per essere immancabilmente fuori posizione.



Atlético: Oblak 6,5; Juanfran 6, Savic 5,5, Godín 6, Siqueira 4,5; Saúl 6, Gabi 6,5, Óliver 5 (Tiago, m. 64 7); Griezmann 8, Carrasco 5,5 (Correa, m. 46 6), Fernando Torres 6 (Jackson Martínez, m. 56 6).
No utilizados: Moyá, Filipe Luis, Giménez, Vietto.


Getafe: Guaita; Damián, Vergini, Alexis, Vigaray; Medrán, Juan Rodríguez (Bernard, m. 81); Pedro León (Wanderson, m. 69), Víctor Rodríguez, Lafita (Álvaro, m. 78); Scepovic. No utilizados: Megyeri, Cala, Buendia, Sarabia.



Goles: 1-0. M. 3. Griezmann. 2-0. M. 89. Griezmann.
Árbitro: Álvarez Izquierdo. Amonestó a Siqueira, Alexis, Gabi, Tiago, Lafita
Vicente Calderón. Unos 45.000 espectadores


lunedì 21 settembre 2015

Eibar – Atletico Madrid 0-2: l'Angel custode


Tra le poche cose sicure di una Liga che al momento sembra regalare più sorprese (i tonfi in serie di Siviglia e Valencia, il volo del Celta) che certezze c'è sicuramente questa: vincere ad Ipurua, sul campo del piccolo Eibar, anche quest'anno sarà un'impresa. 
 
Lo hanno scoperto anche gli uomini di Simeone, che già l'anno scorso avevano penato per portare a casa una vittoria più rotonda nel punteggio che nella sostanza. Fin da subito, i padroni di casa hanno impresso alla partita un ritmo indiavolato, giocando in maniera attenta e attuando un pressing impressionante. Per la prima mezz'ora, non c'è stato spazio che per le difese, con i giocatori offensivi schiacciati nella morsa avversaria. Anche quelli biancorossi, ovviamente, che avevano il dovere di fare la partita, sia per il blasone dei colchoneros che per la presenza, ancora una volta, di Griezmann, Jackson e Vietto contemporaneamente in campo.
Questo impressionante schieramento di forze da parte di Simeone non produceva però un granché: in generale, i biancorossi diventavano ben presto padroni del gioco, ma non riuscivano a sviluppare la manovra per la fortissima pressione avversaria, oltre al fatto che le tre punte erano piuttosto imprecise sottoporta (su palle “sporche”, va detto). Inoltre l'Eibar non stava certo a guardare e cercava di colpire in contropiede, grazie soprattutto allo stato di grazia di una nostra vecchia conoscenza, Keko, che metteva letteralmente in croce Filipe Luis.
Apro una piccola parentesi per chi non sapesse nulla o quasi del nostro ex-canterano: compagno nell'Atletico B del quasi omonimo Koke, allora pareva essere un giocatore molto migliore del primo. Poi, come spesso accade, il nostro Keko non ha saputo confermare le sue grandissime qualità di ala dalla corsa indiavolata e dalla buona tecnica, mentre Koke, con umiltà e probabilmente con maggiore impegno e dedizione, è arrivato dove è arrivato nonostante mezzi tecnici inferiori. Lasciato libero dall'Atletico, ha vagato in Italia tra Catania e Crotone, poi è tornato in Spagna, in Seconda Divisione, dove è esploso nell'Albacete e si è guadagnato un ingaggio nell'Eibar. Intervistato prima della partita, non ha cercato scuse e ha lasciato intendere, senza mezzi termini, di aver peccato in mentalità, ma di essere migliorato molto sotto quell'aspetto (merito dei tre anni di panchina in Italia, mah...). Poi ha confessato di essere ancora un gran tifoso dell'Atletico e di guardare tutte le partite che può “con la maglietta addosso”. Che dire, se non che spero che un giorno possa tornare nel club dei nostri sogni? (E che vorrei tanto che la stessa cosa accadesse a Fran Merida? Ah, che splendido giocatore sarebbe stato e sarebbe ancora, con un altro carattere! Ma questa è un'altra storia...).


Deciso ad accelerare i tempi, Simeone cambiava ben due uomini nell'intervallo, con una mossa a sorpresa piuttosto aliena alle sue consuetudini: fuori Jackson e Vietto, dentro Fernando Torres e Oliver. All'inizio la mossa non pareva funzionare granché, perché la squadra faticava a metabolizzare il cambio e permetteva all'Eibar di avvicinarsi pericolosamente alla propria porta. Era un Atletico più tecnico e dal gioco più arioso, ma che concedeva qualcosa agli avversari. Sembrava proprio che potesse materializzarsi una beffa di un qualche tipo, ma dal cappello usciva il coniglio da tutti invocato più volte, nel corso di questo mese: Angel Correa. Entrato per un Koke in difficoltà, l'argentino ci metteva meno di 60 secondi per sfruttare con grandissima intelligenza tattica un meraviglioso assist di Fernando Torres e siglare il gol che spaccava la partita, per poi replicare 17 minuti dopo con un filtrante fantastico controllato e spedito in rete da un Fernando Torres formato “Euro 2008” (ricordate il gol in finale?).
Insomma, la premiata ditta Torres-Correa, col sostanzioso aiuto di Oliver, sbancava Ipurua e ci permetteva di rimanere in scia ai nostri avversari.


Note positive
Correa: poco più di un anno fa, ci disperavamo al pensiero che potesse non calcare più i campi di calcio. Ora, finalmente guarito, si rivela già alla prima occhiata per quello che è, un giocatore capace di spargere intorno a sé l'impalpabile ma ben evidente magia dei grandissimi.
Fernando Torres: onore al merito. Segna un gol fantastico e continua a spargere dubbi nella mente di Simeone, visto che Jackson non ingrana. Per me, rimane ottimo in questa sua nuova veste, quella da prima riserva che entra a partita in corso e che, anche quando capita che giochi titolare, si danna l'anima a tutto campo. Da titolare fisso, credo che perderebbe parecchio.


Note negative
Filipe: più e più volte bruciato da Keko, ma anche poco propositivo in avanti.
Tiago: appoggi sbagliati, palloni persi in zone pericolose del campo e in fase di avanzamento, insomma tutto il campionario che il portoghese offre ogni volta che gioca più di due partite di fila. E intanto in panchina resta Saul...
Vietto: il ragazzo si farà, ma per ora, complice la preparazione pesante, pare un orrendo incrocio tra la corsa senza costrutto di Salvio e la timidezza sottoporta di Pizzi. Finché permane a questo (basso) livello, preferirlo a Correa è un atto di lesa maestà.
Jackson: chiaramente fuori contesto tatticamente, non pare neppure avere grande lucidità sottoporta. Non è un clone di Diego Costa, lone wolf a cui bastava lanciare la palla negli spazi (anzi, alle volte gli spazi se li creava lui da solo), bensì un attaccante veloce e potente ma che, più che palla al piede, eccelle dalla trequarti in su in un contesto che lo supporta tatticamente. Ergo, né lui né i compagni si sono ancora sintonizzati sulla stessa lunghezza d'onda. Quando accadrà, non ce ne sarà più per nessuno.





Eibar: Riesgo; Capa, Dos Santos, Ramis, Luna; Escalante (Arruabarrena, m. 81), Dani García; Keko, Adrián (Borja Bastón, m. 71), Berjón (Verdi, m. 71); Sergi Enrich. No utilizados: Irureta, Pantic, Eddy Silvestre, Juncá.


Atlético: Oblak 6; Juanfran 6, Giménez 6,5, Godín 6, Filipe Luis 5; Gabi 6,5, Tiago 5, Koke 6 (Correa, m. 60 8); Vietto 4,5 (Óliver, m. 45 7), Griezmann 6,5, Jackson Martínez 5 (Fernando Torres, m. 45 8).
No utilizados: Moyá, Savic, Saúl, Carrasco.



Goles: 0-1. M. 61. Correa. 0-2. M. 77. Fernando Torres.
Árbitro: Hernández Hernández. Amonestó a Dani García, Escalante, Correa.
Ipurúa, unos 4.000 espectadores.