giovedì 26 giugno 2014

Bilancio della stagione 2013/2014: l'allenatore

Ancora una volta, tocca ripetere buona parte dei concetti espressi giusto un anno fa: l'Atletico Madrid è Diego Pablo Simeone. Punto.
Lasciate perdere gli innumerevoli articoli comparsi sulla stampa nostrana e tutti tesi a glorificare una società abile come non mai a costruire un progetto vincente con pochissimi soldi. In realtà, non esiste progetto, non esiste neppure una straordinaria abilità di mercato della coppia Caminero – Berta. Esiste solo l'incredibile capacità del Cholo di trasformare in giocatori duri e puri qualunque tipo di pedatore gli venga affidato. Basterebbe riguardare la rosa dei nomi di tre stagioni fa per accorgersi che il duo succitato non c'entra nulla: praticamente tutti i giocatori che hanno sfiorato la duplice impresa c'erano già e quasi tutti quelli che sono arrivati negli ultimi tre anni non hanno praticamente lasciato traccia.
Quindi, meriti assoluti, totali, di Simeone, per la cui continuità sulla panchina dei colchoneros dobbiamo pregare notte e giorno a oltranza.

Aggiungo una piccola parentesi sul mercato in svolgimento: molti vogliono abbandonare l'Atletico, convinti di non poter ottenere di più in questa squadra e di poter spuntare ingaggi faraonici altrove. Concordo con la società (e con Simeone, io credo): se arriva qualcuno disposto a pagare l'intera clausola di rescissione, che se ne vadano, perchè chi non è motivato non serve alla causa. Però, ed ecco il punto, costoro sono sicuri che andranno bene? Che il loro valore  non abbia nulla a che vedere col fatto di avere un allenatore come il Cholo? Che, cioè, in un'altra squadra, con un altro allenatore, renderebbero allo stesso livello? Io non ne sono affatto convinto; anzi ho l'impressione che molti tra quelli che se ne sono andati tendano a sopravvalutarsi. Contenti loro...

Tornando all'argomento di questo post, bisogna dare atto a Simeone di essere bravissimo non solo a sfruttare al massimo le qualità dei propri giocatori, ma anche e soprattutto a mascherarne i difetti (appunto...) con un sistema di gioco molto organizzato, basato sul mutuo soccorso e sulla coesione tra reparti. Questa sua abilità ha generato una squadra praticamente inarrestabile fino a dicembre, mese dopo il quale il livello fisico e di gioco si è abbassato e solo raramente è ritornato ai fasti di inizio stagione. Alle difficoltà della seconda parte della stagione hanno supplito la forza mentale e la coesione del gruppo, oltre che le giocate di strategia, altro grande marchio di fabbrica del Cholo, che ai tempi del Doblete aveva sicuramente interiorizzato l'importanza delle reti su palla inattiva. Era dai tempi di Antic, infatti, che i biancorossi non avevano schemi precisi per calci d'angolo e punizioni, mentre con Simeone ogni aspetto del gioco è organizzato nei minimi dettagli. Quest'ultimo aspetto ha ovviamente generato non solo una grande forza difensiva, ma anche una grande fiducia del gruppo nelle proprie capacità di risolvere le partite anche nei momenti di maggiore difficoltà, una fiducia così grande da aver portato più volte i biancorossi non solo a sconfiggere avversari di cui avevano subito il gioco per lunghi tratti, ma anche a battere squadre sulla carta notevolmente superiori.

Esistono dunque, in questo paesaggio idilliaco, elementi di debolezza?
Ovviamente sì. E purtroppo coincidono con i punti di forza del progetto cholista, di cui sono l'altra faccia della medaglia.
Fondamentalmente la questione è molto semplice: si esige dai giocatori una tale concentrazione e una tale aggressività che molti non riescono ad adattarsi al meccanismo. O meglio, che non è possibile adattarsi al tipo di gioco voluto dal Cholo se non dopo molte partite, partite che però le riserve non riescono a giocare perchè il loro inserimento preclude il funzionamento del meccanismo nel suo complesso.
Il nucleo che ha giocato le 61 partite della stagione scorsa è stato di 14 giocatori, non di più. Tutti gli altri hanno giocato spezzoni o partite nelle quali hanno finito per non rendere quanto ci si aspettava.
Ovverosia il Cholo ha affrontato tutta la stagione con un nucleo ristretto di giocatori, in parte perchè le riserve non erano di gran livello, in parte perchè le sue stesse scelte hanno impedito loro di crescere e migliorarsi.
La filosofia del partido a partido richiede il massimo ogni volta, ma le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: l'Atletico ha finito la stagione sulle ginocchia e ha rischiato di perdere sia il campionato che la Champions'. D'altra parte, chissà se i colchoneros sarebbero arrivati a un passo dallo storico doblete se il Cholo avesse applicato un'altra strategia. Le rare volte infatti che Simeone ha derogato dal suo principio-guida (spesso senza ammetterlo apertamente), l'Atletico ha giocato le sue peggiori partite.

Si è così creata una contraddizione insanabile: se è vero che buona parte della colpa è addebitabile alla società, che a causa delle gestioni scellerate degli anni scorsi non ha soldi per comprare giocatori di valore, è costretta a vendere i pezzi pregiati e di conseguenza può fornire all'allenatore solo pochi ricambi e spesso non all'altezza, dall'altra parte abbiamo un allenatore che ha chiesto espressamente un gruppo di 21 giocatori e, quando ha indicato i rinforzi del mercato invernale, non è sembrato azzeccare le scelte, oltre a non permettere alle riserve e ai giovani di crescere.
Che ne è stato infatti dei giovani all'Atletico, quest'anno? Molti sono andati in prestito senza aver quasi mai giocato, altri sono rimasti per non giocare mai. Si può crescere, in questo modo? I Mondiali dimostrano, per esempio, che Gimenez è un signor giocatore, pronto per certi palcoscenici, almeno come “dodicesimo”. Manquillo non ha mai demeritato; Saul è stato eccezionale nel Rayo, Oliver ha fatto bene nel Villareal.
Il solo Koke è diventato titolare dei colchoneros.
Per parlare di giocatori già affermati, Alderweireld ha evidenziato un buon livello, sia con noi che ai Mondiali.
A fallire sono stati anzi i giocatori richiesti o approvati da Simeone: Sosa, Diego, Cebolla Rodriguez.

Quindi, in conclusione, al Cholo non posso che confermare il 9,5 dello scorso anno: ha rigenerato l'Atletico e ne ha fatto non solo una squadra, ma anche una società di calcio. E anche se sono convinto che la proprietà ostacoli, più che agevolare, il suo lavoro, non posso che segnalare la contraddizione che vedo: Simeone è anche causa delle difficoltà ad emergere e della mediocrità (solo presunta?) di alcuni componenti della rosa.

lunedì 16 giugno 2014

Bilancio della stagione 2013/2014: l'attacco


Diego Costa, 9,5: 27 gol in 35 partite di Liga, 8 in 9 match di Champions'. Numeri di una stagione straordinaria, nella quale ha dimostrato di poter egregiamente sostituire Falcao, al punto da diventare il crack della stagione europea. Già l'anno scorso si era messo così in luce da fare ombra al colombiano, ma quest'anno è stato quasi perfetto. Ha segnato in tutti i modi, anche se si è distinto nel tagliare in due le difese, incuneandosi a viva forza tra centrale e terzino avversari, e nello svariare su tutto il fronte d'attacco, sia verso l'esterno che verso l'interno. spirito di sacrificio, abilità nello svariare e nel tagliare in due le difese, tecnica (il gol in finale, ma non solo). Inoltre ha permesso alla squadra di guadagnare diversi rigori e una valanga di cartellini causati dalle maniere forti con le quali gli avversari hanno cercato (quasi sempre inutilmente) di fermarlo. In molte partite si è letteralmente caricato la squadra sulle spalle e l'ha trascinata alla vittoria. A impedire che la sua stagione fosse perfetta hanno contribuito alcuni fattori: prima di tutto, la sua tecnica non perfetta (anche se efficace in velocità), che lo ha portato a sbagliare diversi rigori; poi un certo egoismo, particolarmente evidente nei momenti di calo fisico, quando, invece di giocare per gli altri, si intestardiva nel tenere la palla tra i piedi e nel tirare sempre e comunque. Stendo un velo pietoso sulla tragicommedia del viaggio a Belgrado per curarsi con la placenta di cavalla...

Villa 6,5: inizia di buona lena, svolgendo un gran lavoro tattico per gli inserimenti dei compagni, ma progressivamente si spegne e si rivela un corpo estraneo alla squadra, tanto da spingere Simeone a cercare soluzioni alternative per arrivare alla porta avversaria. Ha comunque segnato 13 reti in Liga, ma il suo contributo di reti si concentra quasi interamente nel periodo novembrino. Da lì in poi, anche buone gare, ma una allergia costante alla rete avversaria: il grande match di Champions' col Barça può essere considerato lo zenit di questa tendenza, mentre l'orrore contro il Malaga il nadir. Alla fine, un acquisto poco incisivo e decisamente azzardato, per il quale non ho mai condiviso l'entusiasmo del Calderon (ricordate i 25.000 alla presentazione ufficiale?): quello che avrebbe potuto rivelarsi un'ottima riserva non ha quasi mai brillato da titolare.

Adrian, 4,5: per il secondo anno consecutivo un vero disastro. Abulico ed evanescente, non si è schiodato dalla panchina per buona parte della stagione. La buona partita col Barcellona al Calderon e il gol a Stamford Bridge sono due piccole perle in un mare di delusione infinita.

Leo Baptistao, 5: ha giocato poco, ma si è raramente distinto. Un gol allo Zenit e poi la costante impressione che corresse a vuoto e con scarsa consapevolezza tattica.

sabato 14 giugno 2014

Bilancio della stagione 2013/2014: il centrocampo


Arda Turan, 7,5: anche quest'anno si è mostrato scostante e ha alternato dettagli di pregio a lunghe pause. Non ricordo prestazioni di altissimo livello per tutti i novanta minuti, se si escludono l'andata in Liga con il Barcellona e il ritorno col Chelsea. Memorabile anche l'assist per Koke nel 2-2 contro il Real, al termine di un'azione bellissima. Nel mezzo, però, molta indolenza e la solita pausa tra dicembre e marzo. È praticamente l'unico giocatore di fantasia della rosa, senza il quale il gioco ristagna tra un geometrismo non sempre efficace, soprattutto quando non è supportato da una condizione atletica straripante, e le soluzioni a palla inattiva. Però non è né un trascinatore, né un solista: funziona in un complesso che si muove armonicamente, ma raramente è in grado di accendere la luce nei momenti di difficoltà. Inoltre, pur applicandosi nella copertura, non sempre è presente e lucido (a Milano, per dire, in coppia con Insua è stato disastroso).

Gabi, 10: cuore di capitano, è stato eccezionale per tutta la stagione. Non ricordo partite sbagliate o sbavature: sempre lucido, presente, efficace. Con tutti i suoi limiti, è riuscito a infilare una stagione perfetta, rivelandosi la mente dell'organizzazione difensiva dell'Atletico, con la sua straordinaria abilità nel guidare i movimenti di copertura di tutta la squadra (che vedremo in dettaglio in un prossimo post). Quando la squadra non girava, ha sostenuto, spesso da solo, tutto il peso del centrocampo, distribuendo il gioco con i suoi lanci lunghi, lui che regista non è affatto. Ottimo anche nei calci piazzati, che spesso si sono trasformati in assist decisivi per i compagni e hanno fruttato moltissimi punti.

Koke, 9: questa è stata la stagione della consacrazione, nella quale si è rivelato come straordinaria mezzala a tutto campo, abile nel gioco tra le linee e micidiale negli assist. Simeone ha più volte detto di vederlo, in futuro, come mediano, ruolo ricoperto in gioventù, ma di fatto raramente lo abbiamo visto in quella posizione. Ha avuto un calo tra dicembre e marzo, come molti compagni, ma ha veramente sempre dato tutto in campo. L'unico vero difetto, se vogliamo, è anche quello che gli impedirà di essere titolare in nazionale: sa fare tutto, ma non è specializzato né fenomenale in nulla, né nella fantasia dei passaggi, nè in interdizione, né in regia.

Raul Garcia, 8,5: l'anno scorso l'avevo qualificato come la più grande delusione della stagione, ma quest'anno ha veramente impresso il suo sigillo sulla grandissima stagione dei colchoneros, conquistando finalmente il pubblico del Calderon. Paradossalmente, ma non troppo, sfruttando proprio la propria limitatezza, emblema massimo di una squadra che sa esattamente cosa è in grado di fare e cosa no e gioca in modo da nascondere i propri difetti. Come è noto, il problema è sempre stato definirne il ruolo: non è un regista, né un centrocampista continuo nell'inserirsi in avanti; non ama fare il mediano di rottura, ma non è in grado di giocare da trequartista, visto che non possiede né visione di gioco né creatività, è piuttosto lento e non sa saltare l'uomo. Quest'anno però Simeone lo ha utilizzato come vero e proprio dodicesimo, ruolo a cui pare destinato per le sue carenze, avanzandolo di qualche metro come seconda punta-centrocampista d'assalto (non saprei neppure come definirlo, in realtà). E qui è esploso: inserimenti, tiri da fuori, una velenosa abilità nello sfruttare i rimpalli, colpi di testa, grande sacrificio in copertura, persino qualche assist. I suoi gol sono stati preziosissimi per vincere partite che parevano inchiodate sullo 0-0 (ne ricordo due: Getafe e Valencia); il suo lavoro d'appoggio ha scardinato la difesa del Barça in Champions'. Inoltre non sono mancati gol di pregevolissima fattura (uno fantastico contro il Porto). Insomma, un vero e proprio apriscatole, sempre pronto e sempre utile, tranne nel derby di andata di Coppa del Re, quando, costretto dal Cholo a un ruolo non suo, ha clamorosamente fallito (come tutti, del resto). Rimane la certezza che non possa essere titolare fisso, ma un jolly per tutte le occasioni, a patto di essere messo in condizione di fare le (poche) cose che sa fare.

Tiago, 7,5: rispetto all'anno scorso ha giocato molto di più e ha spesso brillato per le sue qualità tecniche e tattiche. Si è confermato non velocissimo, ma molto più mobile della scorsa liga e decisamente abile nel prendere in mano il gioco dei colchoneros, giocando tra l'altro da “centromediano metodista”: spesso dietro Gabi, a supporto della coppia difensiva, ma anche in impostazione, con numerose puntate in avanti a sostegno dell'attacco, pur dimostrando ancora una volta di non essere un regista. Insomma una sorta di mezzala a tutto campo, capace di chiudere e impostare con la stessa facilità. Non sono comunque state tutte rose e fiori: nella prima parte della stagione ha giocato con poco nerbo, salendo di tono solo col nuovo anno solare. La partita monumentale contro il Barcellona ne ha confermato, paradossalmente, pregi e difetti: essenziale quando si tratta di elevare il (povero) tasso tecnico del centrocampo, purchè la sfida non sia al calor bianco e quindi gli avversari siano poco aggressivi. Due errori micidiali nella finale di Champions'

Mario Suarez, 5: ancora una volta, ha iniziato benissimo, con un'ottima prestazione in Supercoppa, e si è spento progressivamente. Pare abbonato alle buone prestazioni solo in diretta televisiva: per il resto, il solito scarso filtro, la solita difficoltà nei passaggi e nel prendersi una qualunque responsabilità nell'impostare. Nei fatti, dà sempre la sgradevole impressione di non sapere mai cosa fare del pallone e di necessitare costantemente una guida. Un errore gravissimo nel disimpegno ci è costato il 2-2 di Ronaldo nel derby del Calderon.

Cristian Rodriguez, 5: la sua stagione è stata assolutamente incolore. Prima riserva “pura” (stante Raul Garcia come ibrido titolare-riserva) raramente ha lasciato il proprio sigillo sulla partita. Non lo ricordo praticamente mai andare via di forza sulla fascia, movimento che l'anno scorso gli riusciva abbastanza, né supportare il gioco dei compagni. Ad un certo momento, invece di moltiplicare i propri sforzi per farsi valere, ha detto chiaro che voleva andar via. Verrà accontentato e nessuno di noi rimpiangerà la sua mancanza di senso tattico.

Sosa, 6,5: arrivato in inverno su precisa richiesta del Cholo, non ha dato quello che ci si aspettava. Alcuni buoni dettagli, soprattutto su calci piazzati, ma anche una costante sensazione di estraneità rispetto ai meccanismi di gioco della squadra. In finale col Real è stato praticamente inutile e non ha svolto il compito che gli era stato assegnato, tenere la palla lontano dalla nostra area.

Diego 5: la più grossa delusione della stagione. Richiesto per due anni dal Cholo è finalmente arrivato e non ha apportato praticamente nulla. I suoi difetti sono noti, ne ho parlato a lungo e non starò a ripetermi. Quello che osservo che non si sono visti neppure i suoi pregi e che probabilmente non è arrivato a Madrid con la stessa voglia che aveva avuto nella prima tappa: d'altra parte molte cose sono cambiate nel frattempo e la sua colpa (e credo anche del Cholo...) è stato non averle capite. Di positivo, ricordo solo la prestazione con la Real Sociedad, il gol straordinario ma casuale a Barcellona e la partita col Valladolid, quando le praterie sconfinate lasciategli dai derelitti pucellani lo hanno esaltato. Alla fretta assurda di metterlo in campo imputo il disastro del Bernabeu in Coppa del Re, invece.

Guilavogui, 5,5: ha giocato pochissimo prima di ritornare (in prestito) al Saint Etienne, mostrando alcuni dettagli di pregio ma nel complesso dando l'impressione di non essere mai veramente in sintonia con i compagni. Ci ha messo una discreta volontà di proporre gioco, ma è sempre parso leggermente sfasato rispetto ai compagni: sempre troppo avanti o troppo indietro nei movimenti e nelle proposte di gioco. Tecnicamente mi è parso un po' grezzo, anche se con notevoli margini di miglioramento. Forte fisicamente, è comunque parso in difficoltà anche sul piano atletico, anche perchè è arrivato alla fine del mercato estivo e non ha compiuto la preparazione coi compagni. La vera questione in realtà è se abbia mai voluto integrarsi nell'Atletico, non solo nel gioco ma anche nello spogliatoio e nell'ambiente: diverse sue dichiarazioni paiono suggerire una risposta negativa, con l'aggravante che non sembra entusiasta di tornare dal prestito per giocare con noi la prossima stagione. E se ti scoccia giocare nella squadra campione di Spagna e vicecampione d'Europa, forse è meglio che tu te ne vada.

Oliver Torres, 6,5: una vera perla, capace di inventare giocate magnifiche. Tuttavia non è ancora pronto per il gioco del Cholo, che richiede una forza fisica e mentale che il ragazzino ancora non ha. Molta sofferenza, quindi, nel rispettare le indicazioni tattiche e il carico fisico del gioco colchonero. Nel Villareal, in prestito, ha fatto decisamente meglio. Ha comunque segnato il suo primo gol in prima squadra contro il Betis.

domenica 8 giugno 2014

Bilancio della stagione 2013/2014: la difesa


Courtois, 9,5: la sua stagione è stata impressionante, all'insegna di una continuità di rendimento incredibile. Di fatto ricordo solo pochissime partite macchiate da errori (contro l'Espanyol e l'Athletic). In generale la fama della straordinaria difesa dei colchoneros è dovuta alle sue grandissime parate, con le quali ha supplito ad ogni sbavatura dei compagni. Portiere vecchio stampo (nel senso che preferisce rimanere tra i pali), è tuttavia coraggioso nelle uscite e abile nella scelta del tempo dell'intervento in qualunque situazione. Impressionante la reattività su tiri da vicino e deviazioni dell'ultimo secondo. Inoltre se la cava bene con i piedi e più di una volta l'azione è ripartita da lui: per dire, un portiere che riunisce la migliore tradizione classica del ruolo con le qualità che la modernità impone. Ciò che ha più impressionato è stata la tenacia con la quale ha progressivamente curato i propri piccoli difetti. A mio parere è il miglior portiere del mondo, o comunque tra i primi cinque.

Aranzubia, 5: pochissime partite e la complessiva impressione che non fosse affatto un granchè. Negli occhi rimangono la buona partita col Porto (quando parò un rigore) e il disastro con l'Almeria (due errori marchiani e due gol incassati: difficile fare peggio).

Godin, 9: la sua stagione migliore, quella nella quale è stato, semplicemente, monumentale. I suoi difetti (una certa scarsa reattività, i cali di concentrazione e i gravi errori nel controllo di palla, causa di diversi rigori negli anni scorsi) sembrano scomparsi. Anzi ha mostrato grande esplosività, notevole senso dell'anticipo, grande abilità nella marcatura e un notevole senso del gol sui calci piazzati. Memorabili i suoi gol di testa contro Barcellona e Real nelle ultime due partite dei colchoneros. In alcune partite (cito a memoria contro l'Espanyol e a Pamplona) è stato invece esitante e insicuro, sempre in assenza di Miranda: di fatto conferma di essere scudiero del brasiliano, con il quale rende al meglio.

Miranda, 9: anche per lui una stagione mostruosa, che ne ha evidenziato i pregi: grande senso della posizione, ottimo anticipo, lancio lungo preciso e buona visione di gioco. Ha confermato di essere molto bravo di testa, sia nella propria area che in quella altrui: anche quest'anno, soprattutto su calcio d'angolo, diversi gol pesanti sono arrivati così, su tutti quello contro l'Elche nelle ultime giornate. Ricordo una sola partita veramente sbagliata, l'andata contro il Levante. La seconda stagione ad alto livello lo ha reso, infine, appetito dalle grandi d'Europa, col rischio che possa andarsene.

Filipe, 8,5: decisamente più continuo dell'anno scorso, si è distinto non solo per la potenza delle proprie incursioni, ma anche per il grande lavoro difensivo, non solo sul piano dei recuperi ma anche nel presidio dell'area e nella marcatura. Ottimi i suoi cross, deliziose alcune combinazioni sulla fascia con Arda. Difetta nel tiro: si contano pochissimi tentativi a rete. Anche per lui, qualche sbavatura, nella terza di Liga contro la Real Sociedad e poi alla terzultima col Levante.

Juanfran, 7,5: ha iniziato l'anno così come aveva concluso quello scorso, timido e impacciato. All'inizio spingeva pochissimo e ciò nonostante infilava una serie impressionante di sbavature difensive (col Barcellona in Supercoppa, a San Sebastian, a Vienna... e potrei andare avanti), poi è progressivamente cresciuto e ha cominciato a dipanare assist e percussioni in quantità industriale. Abilissimo soprattutto nel giocare al di là dell'avversario come sponda per le conclusioni in area dei compagni, come a Stamford Bridge. Resta comunque l'anello debole di una difesa fortissima, anche se non invulnerabile come è stato scritto.

Alderweireld, 6,5: centrale di scuola Ajax, arrivato in cambio di Demichelis, ha mostrato buone qualità e mi attendo che acquisti sempre più spazio tra i colchoneros. Disastroso contro l'Espanyol, è poi migliorato fino a segnare il gol decisivo contro il Malaga, su calcio d'angolo come nella miglior tradizione dei centrali biancorossi. Deve comunque crescere, perchè è apparso poco reattivo sul breve e non fortissimo in marcatura: una sorta di clone di Miranda, con cui condivide anche una certa abilità nell'impostare, la mancanza di grande velocità e un'interpretazione del ruolo basata più sulla posizione e sull'anticipo che non sull'esplosività.

Manquillo, 6,5: ha giocato poco, prima di infortunarsi, ma ha convinto quasi sempre. Di fatto, ricordo solo una prestazione negativa, a Vallecas. Appare più abile in avanti che non nella fase difensiva, ma le qualità per crescere anche in questo ambito non gli mancano.

Insua, 3: una autentica sciagura. Appena accettabile in avanti, è stato disastroso in almeno due occasioni, a Milano (quando ogni azione del Milan è nata nella sua zona) e nel derby di coppa perso 3-0 (è stato letteralmente distrutto da Jesé). La fase della stagione in cui ha sostituito Filipe ha coinciso con la flessione dei colchoneros e, a mio giudizio, parte della responsabilità è chiaramente sua. Ribadisco la mia modesta opinione: 3,5 milioni buttati via.

Gimenez, sv: giovanissimo, ha giocato una sola partita, peraltro bene. Troppo poco però per potergli dare un voto o esprimere un giudizio articolato.


martedì 27 maggio 2014

Real Madrid – Atletico Madrid 4-1 dts: a proposito della giustizia poetica...


Chiunque non sia completamente digiuno di letteratura conoscerà, sia pure per sommi capi, il concetto della giustizia poetica, ovvero quel particolare meccanismo narrativo, tipico dell'epica, per il quale l'eroe, bello, coraggioso e indomito, vince contro tutto e tutti e così afferma non solo la propria eccezionalità, ma anche la straordinaria importanza dei valori che incarna. Naturalmente, la lotta è dura e vede il protagonista rischiare di soccombere più e più volte. Alla fine, però, facendo appello a tutta la propria interiorità e al valore eterno delle proprie convinzioni, il nostro sconfigge il Nemico e riafferma la Giustizia.
Splendido, vero? Peccato che la Giustizia Poetica non esista. Sicuramente non esiste nella Vita. Spesso non esiste neppure nella poesia, a dire il vero...
Se esistesse, tanto per essere chiari, la finale di Champions' sarebbe stata vinta dall'Atletico, capace, pur menomato da infortuni e da una stagione logorante, di affrontare a testa alta un Real Madrid dall'inefficacia pari solo allo sperpero di denaro che questa è costata nell'ultimo decennio.
Invece, somma crudeltà degli dei, l'Atletico non solo ha perso dopo aver lungamente condotto nel punteggio, ma lo ha fatto proprio all'ultima curva, quando ha subito il pareggio che, di fatto, ha tagliato le gambe ai colchoneros, ormai in debito di ossigeno da minuti.
Ulteriore crudeltà, i biancorossi hanno dovuto assistere all'arroganza senza ritegno dei blancos, impegnati a mostrare il peggior volto del peggior potere politico-sportivo esistente in Europa. In realtà, c'è veramente qualcuno che si stupisce della malignità e della spudoratezza del Real Madrid? Come i più odiosi personaggi dei romanzi e della storia, i nostri avversari, dimentichi di essere stati i favoriti d'obbligo (per prestigio, tecnica, potere economico e mediatico) e di aver in fondo compiuto solo il loro dovere di fronte a una squadra molto meno forte di loro, hanno festeggiato ignobilmente come da loro costume. Sia in campo che in tribuna, mi sento di aggiungere, visto che l'abbraccio tra Florentino Perez e José María Aznar, ex primo ministro, è un'immagine che andrà rinfacciata a tutti gli idioti che negano il legame a doppio filo tra Real Madrid e potere politico iniziato ai tempi di Franco, rinfacciando a noi o al... Barcellona (vi giuro che ho sentito anche questa!) di essere stati la squadra favorita dalla dittatura.
Particolarmente ripugnante mi è parsa la mancanza di rispetto di un cristiano ronaldo (le minuscole sono volute), autore di una partita miserabile e di una esultanza sguaiata per la rete su rigore a partita ormai finita. In generale tutti, però, mi sono parsi ben sopra le righe, segno neanche troppo difficile da interpretare: hanno proprio avuto paura, di noi e della figuraccia che rischiavano di fare (e per quanto mi riguarda, hanno fatto), strapagati campioni incapaci di vincere contro una squadra costata un decimo.
Mettetevi nei panni dei nostri avversari: anche se la tutta la stampa spagnola suona la fanfara per loro, in fondo sanno benissimo che hanno vinto solo grazie alle nostre difficoltà e agli infortuni dei nostri giocatori (essere stato pagato 102 milioni di euro e scoprire che per segnare nella partita più importante della tua carriera hai avuto bisogno che il tuo diretto avversario non riuscisse più a muoversi per i crampi deve bruciare parecchio, quando ti guardi allo specchio).
In Spagna vi direbbero: “Los vikingos son así”, frase spesso accostata a quest'altra: “El Atlético es diferente”.
Un giorno, forse, scriverò per quale motivo sono dell'Atletico, come e quando mi è capitato. E probabilmente chiederò a voi lettori di raccontarmi come e quando è successo a voi. Per ora, però, consiglio a tutti di mostrare le immagini sguaiate della festa merengue per spiegare perchè non possiamo essere del Real e perchè c'è gente, tanta gente, al mondo, che si ostina a credere che la vittoria non sia tutto e a tifare per squadre che non vincono così spesso come (poche) altre e, quando lo fanno, conoscono il significato della parola “rispetto”.
La vittoria non è tutto. La vittoria ad ogni costo non mi interessa.




Paradossalmente, parlare di calcio, a questo punto, è superfluo. D'altra parte, sarebbe ugualmente paradossale se in questo blog non dedicassi neppure una riga alla partita più importante della stagione biancorossa.
Più ci penso, più mi rendo conto che il punto di svolta è stato non il gol di Ramos, ma un episodio sfuggito ai più e accaduto poco prima.
Minuto 89, l'Atletico guadagna una punizione sulla trequarti avversaria: Koke, Gabi e Sosa confabulano parecchio, si scambiano cenni del capo e sembrano compiacersi di una brillante idea che hanno appena avuto. L'argentino va sulla palla e tira una parabola floscia direttamente tra le mani di Casillas. Sul rilancio del portiere, la palla ha cominciato a rotolare inesorabilmente verso l'interno della nostra rete.
Si sarebbero potute fare molte cose, con quella punizione: cercare l'angolo, perdere del tempo tenendo la palla nella metacampo avversaria, forse anche cercare di sorprendere il portiere avversario e chiudere così la partita con un 2-0 che avrebbe stroncato i nostri avversari. E invece... la palla è stata deliberatamente buttata via. E con lei la partita. Chissà se mai sapremo cosa volevano fare i tre, se verrà fuori che Sosa non ha rispettato i piani o se qualcosa li ha modificati proprio all'ultimo. Sta di fatto, ripeto, che la partita l'abbiamo persa allora. Contro il Barça, al Calderon, i biancorossi erano riusciti a rimanere minuti interi intorno alla bandierina del calcio d'angolo avversaria, ricordate? Non riesco a togliermi dalla mente l'idea che, se i nostri avessero fatto così, saremmo campioni d'Europa.
Allora, però in campo c'era Diego Ribas, giocatore dai grossi limiti ma capace di fare l'unica cosa necessaria in quel momento: tenere la palla incollata ai propri piedi.


E qui compare l'altra chiave di lettura del match o, per meglio dire, il peccato originale da cui è scaturita una cascata di conseguenze strettamente concatenate tra loro: Diego Ribas non c'era perchè una sostituzione era stata fatta dopo soli otto minuti, a causa dell'infortunio patito praticamente alla prima azione da Diego Costa.
Ecco, a mio parere la differenza tra la vittoria e la sconfitta sta tutta qui, nella presenza di Diego Costa come titolare dall'inizio. Naturalmente, non credo di esprimere un'opinione particolarmente originale, ma non è mia intenzione.
Semplicemente, mi domando: com'è possibile che un giocatore infortunato in maniera seria sia stato considerato abbastanza guarito da poter non solo giocare, ma anche giocare bene (leggasi: sostenere quasi interamente il peso dell'attacco) in una partita di questa importanza? Un giocatore che già una settimana fa, in un'altra partita fondamentale, aveva avuto una ricaduta dopo pochi minuti?
Tralascio volutamente gli aspetti tattici e psicologici legati alla scelta di schierarlo in campo dall'inizio e mi concentro invece su quelli medici: com'è possibile che nessuno abbia detto chiaro e tondo che Diego Costa non poteva giocare? Non mi si dica che il test pre-partita era andato bene: tre o quattro scatti senza forzare non sono novanta minuti di lotta, di falli, di cambi di ritmo e direzione! E poi non è possibile ritenere che un infortunio per cui è necessaria una convalescenza di 2-3 settimane sia considerato totalmente superato dopo sette (!!!) giorni?
Aggiungo e rilancio: Adrian, il suo sostituto, era stato fatto scaldare come un titolare, ma poi mandato in panchina, segno che non c'era poi totale fiducia nei confronti di Costa. È poi notizia di oggi che il brasiliano aveva mostrato segnali di dolore già durante il riscaldamento.
Insomma, col senno di poi, la decisione di far giocare il brasiliano è stata veramente disastrosa e la situazione appare ogni giorno di più gestita in maniera dilettantesca.


Di fatto, come ho già detto, ci siamo giocati la possibilità di un cambio fondamentale, se non altro per perdere tempo e far respirare la squadra, nei momenti finali. Anche da qui è conseguita la stanchezza di cui i colchoneros sono stati vittime negli ultimi venti minuti.


A quel punto la squadra, stremata, ha commesso un altro errore in cui eravamo incorsi parecchio negli ultimi tempi: difendere troppo bassi, non giocare né tenere la palla, fidando nelle notevoli abilità nel gioco aereo dei nostri centrali. Siccome, come avevamo già scritto, l'errore, in situazioni di mischia, può sempre capitare, ecco spiegato il gol di Ramos. Il difensore del Real è noto per la sua capacità di inserimento di testa sui calci piazzati; tuttavia, non è stato affatto marcato in occasione del corner da cui è nato il pareggio. Tiago si è fatto sopravanzare in maniera molto netta, ma non è corretto addossare al portoghese (peraltro autore di un altro gravissimo errore in disimpegno nel primo tempo) una colpa che ha solo in parte: altri più abili di lui avrebbero forse dovuto curare un tale avversario. In ogni caso, il punto rimane lo stesso: sono errori frutto di stanchezza e mancanza di lucidità, estreme conseguenze di un processo iniziato, come abbiamo già visto, molto prima.


Subito il gol del pareggio, non ci sono stati più dubbi sul fatto che la partita fosse ormai persa: l'Atletico, stanco e demoralizzato, era vittima di infortuni di vario tipo, soprattutto negli uomini che sono stati spremuti maggiormente per tutta la stagione, ovverosia Filipe, Koke e Juanfran. Quest'ultimo è rimasto in campo per mancanza di sostituzioni e la sua inabilità è costata il gol del 2-1 avversario.


In conclusione: senza Arda e Diego Costa, la partita era decisamente in salita. Una volta segnato con l'ennesimo gol di Godin, si sarebbe comunque potuta vincere, con un po' di accortezza in più e con uno sforzo maggiore nella gestione della palla. Accortezza e capacità gestionale pesantemente inficiate dal numero limitato di cambi a disposizione di Simeone.
Non voglio però che questa osservazione appaia un'accusa al Cholo. O meglio, credo sia giusto sostenere che lui e il suo staff, per vari motivi, non sono stati in grado di preparare la partita con la solita accortezza.


Tuttavia la questione è probabilmente ancora più vasta e riguarda la gestione della società nel suo complesso.
Per chiarire meglio quest'ultimo punto, vorrei partire da quello che molti hanno identificato come un dato estremamente positivo della nostra finale: la prestazione-monstre di David Villa. L'asturiano ha corso per due, macinato chilometri, gettato tutto se stesso sul campo fino all'ultimo secondo. Splendido, davvero. Tuttavia, non ha mai tirato in porta. Vale a dire, il nostro secondo miglior attaccante non si è affatto distinto per le abilità per cui è stato comperato. Con lui e Adrian, l'Atletico è stato assolutamente nullo in avanti. E qui arriviamo al punto: se il centravanti si limita a correre e a coprire, a cosa serve che in quel ruolo sia schierato un attaccante? Tanto varrebbe mettere in campo un centrocampista di contenimento...
Alla fine, al di là degli errori individuali di chicchessia, ha pesato l'esiguità della rosa: la mancanza di un'alternativa a Diego Costa (non dico sul piano testuale, ma almeno su quello dell'efficacia realizzativa), l'assenza di alternative valide per quasi tutti i ruoli chiave del gioco, la mancanza di fiducia nei confronti di giocatori che avrebbero potuto dare una mano nel corso della stagione. Altra questione è se queste alternative fossero di qualità e anche qui la risposta non può che essere negativa: ci sarà modo di sviluppare il discorso in post dedicati al rendimento dei singoli e alle propspettive future, però posso già dire che giocatori come Rodriguez, Sosa e Diego sono stati profonde delusioni. Altri magari più utili, come Leo Baptistao, Guilavogui e Saul, sono stati mandati a farsi le ossa altrove.
Non voglio che questo appaia il classico discorso che si fa perchè Simeone ha perso, mentre fino al 93' ero pronto a scrivere tutt'altro (quello che hanno fatto tutti su Ancelotti, improvvisamente assurto a genio...), perchè non è così: semplicemente, come ho più volte scritto, credo che il Cholo sia stato fantastico nel fare le nozze coi fichi secchi, ma (per continuare la metafora) che alcuni di questi fichi li abbia scelti lui e abbia una (piccola) parte di colpa nel mare assoluto di meriti. La temporada dei colchoneros resta fantastica, lo dico in maniera chiara e netta.
E allora di chi è la colpa? Voglio essere altrettanto chiaro e netto: le gestioni scellerate degli ultimi anni hanno creato i presupposti per avere una rosa scarna e piena di lacune. Che Simeone, con una rosa così, abbia quasi ottenuto il massimo in 61 partite di alto livello è solo un merito dell'uomo, incredibile nella sua abilità. Però, ragazzi, non scherziamo: l'Atletico non è stato costruito al risparmio per una precisa strategia; lo è stato perchè anni di deriva morale e finanziaria hanno portato a questa come unica strada obbligata per evitare un fallimento che, ormai, era proprio dietro l'angolo.


Onore al Cholo, al suo entourage e ai giocatori, dunque. Ma non esageriamo coi complimenti per gli altri...


martedì 20 maggio 2014

Barcellona – Atletico Madrid 1-1: iiiCampeones!!!


Me siento mejor con problemas
que cuando las cosas están tranquilas”
Diego Pablo Simeone


Maggio 1996. In ritiro a Los Angeles de San Rafael, i giocatori dell'Atletico faticano a dormire, inseguiti fin dentro le loro stanze da un figuro che ripete loro in continuazione: “O ganamos o morimos ganando”. La litania proseguirà, raccontano, anche sull'autobus che porta i colchoneros alla decisiva sfida per il titolo contro l'Albacete. La partita finirà 2-0 e a segnare il primo gol, con un fragoroso colpo di testa su punizione dalla trequarti, sarà proprio il losco figuro, al secolo Diego Pablo Simeone.


Diciotto anni dopo, in piena isteria pre-Barcellona, un solo uomo sparge tranquillità e ottimismo tra la fila scorate dei giocatori e dei tifosi biancorossi. Sempre lui: Diego Pablo Simeone. Nelle sue parole, solo la gioia di giocarsi tutta la stagione in due gare secche, contro le due rivali storiche.


In campo, in effetti, nessuna paura. L'Atletico ha cominciato bene, imbrigliando gli avversari, pressando alto e dimostrando di poter controllare abbastanza agilmente la partita. Però, siccome siamo quello che siamo e non possiamo semplicemente vincere, alla nostra partita mancava l'ospite più affezionato, quello che non manca mai, neppure quando si cerca in tutti i modi di evitarlo: la Sfortuna.
Quindici minuti e Diego Costa, su uno scatto, si ferma e fa segno di non poter continuare. Altri sette minuti e Arda Turan, dopo un normalissimo scontro di gioco, si accascia e chiede la sostituzione.
Ventidue minuti di gioco e le due punte di diamante dei colchoneros sono costrette ad abbandonare il campo. Sono due gran brutti colpi, di quelli che stroncherebbero un bisonte.


L'Atletico, in realtà, non pare particolarmente scosso dalla mala sorte: sa che basta un pareggio e che sta giocando bene. Sa che la partita può essere condotta in porto comunque: molte volte, nel corso della stagione, è uscito indenne da situazioni ben peggiori. Per di più, gli avversari giocano lentissimi, ruminando un pallone di cui non sanno cosa fare. Qualche tiro da lontano, qualche cross senza un vero costrutto.
La partita è in perfetto equilibrio. È il momento giusto, dunque, per subire il terzo terribile colpo della Sorte: Alexis Sanchez raccoglie un pallone controllato da Messi e scaglia una folgore imprendibile nella porta biancorossa. Un tiro fantastico, va detto, ma di quelli che riescono una volta sola nella vita (e ovviamente contro l'Atletico, ça va sans dire...).




Avevamo buttato via la partita […], provai quel
terribile sentimento che avevo già provato da piccolo:
odiavo l'Arsenal, e il club era un fardello che non
riuscivo più a sopportare, ma di cui non sarei mai e poi
mai riuscito a liberarmi. […] mi sedetti, troppo stordito
dal dolore e dalla rabbia e dalla frustrazione e dall'
autocommiserazione per restare in piedi”
Nick Hornby, “Febbre a 90'”


A quel punto, in pieno sbandamento, l'Atletico è stato a un passo dal tracollo: un altro gol, e le gazzette si sarebbero riempite di elogi alla resurrezione blaugrana. O almeno così credo, perchè di quella mezz'ora non ho nessuna memoria.
Dietro a un velo di lacrime, non riuscivo a pensare ad altro che al dolore di veder svanire il traguardo proprio all'ultimo, dopo averlo corteggiato e assaporato a lungo. Non vedevo lo schermo, non udivo la telecronaca. Buio. Buio totale e lacrime di rabbia e scoramento.
Il calcio è così, pensavo. La vita è così, pensavo. Una squadra scesa in campo senza capo né coda, arrivata all'ultima spiaggia senza neppure bene sapere perchè, guidata da un allenatore inconsapevole, piena di giocatori scoppiati che andavano avanti a forza di inerzia, rischiava di vincere un campionato immeritato. E noi, noi che questo campionato ce lo eravamo sudato e guadagnato con la fatica e il lavoro, noi avremmo dovuto cedere le armi. Dov'è il merito, nella vita, se non c'è neppure nel calcio? A cosa servono anni di sacrifici, se poi basta un colpo fortunato a far pendere la Bilancia dalla parte di chi, ricco e viziato, non ha fatto nulla per meritarsi regali dalla Sorte?
Possibile che debba sempre andare a finire così, con l'Atletico? Possibile che ogni traguardo debba essere da noi meritato non una, ma due o forse anche tre volte? Non sarebbe, ogni tanto, rilassante vincere in maniera netta, chiara e immediata fin da subito?




Ma poi Alan Sunderland mise il piede sul pallone,
lo infilò dentro, proprio nella porta di fronte a noi,
e io non gridai «Sì» o «Gol» o uno di quei versi che
normalmente mi salgono dalla gola in questi momenti,
ma solo «AAAARRRRGGGGHHHH», un rumore che
nasceva da gioia assoluta e incredulità, e improvvisamente
ci furono di nuovo persone sulle gradinate di cemento,
ma stavano saltando una sull'altra, con gli occhi fuori dalle
orbite e impazzite”
Nick Hornby, “Febbre a 90'”


Stavo per chiudere tutto e andarmene altrove, qualunque cosa questo potesse significare, quando David Villa ha colpito il palo, subito in avvio di secondo tempo. Non ricordo l'azione, ma solo l'urlo del telecronista, che è penetrato, strato dopo strato, nel mio dolore, si è fatto strada tra le mie lacrime e mi ha riportato piano piano alla realtà.
Allora ho rimesso a fuoco la vista e ho visto che mia figlia, questo piccolo frugoletto cui ho fatto per mesi un lavaggio del cervello che neanche nelle peggiori dittature e che aveva passato giorni e giorni a girare per casa cantando “Aleti! Aleti!”, aveva messo sul tavolo, accanto al computer, il suo ciuccio dell'Atletico.
Doveva essere entrata mentre ero obnubilato dal dolore. D'istinto, ha fatto un gesto che non potevo non intendere come una promessa di Speranza.
Allora mi sono vergognato di me stesso, di essermi fatto vedere così. “È questo che farebbe il Cholo?”, ho pensato. “O piuttosto non combatterebbe con tutto se stesso, perchè si perde solo dopo la fine, non prima?”.
Ho guardato lo schermo e ho visto Gabi dirigersi verso la bandierina del corner. Parabola arcuata, salto di qualcuno in mezzo all'area e... la mia mente non voleva crederci... la palla era DENTRO!!!... Godin veniva travolto dai compagni!!!... ma accade veramente???... sta accadendo veramente???... è 1-1, è 1-1!!!!!! Lo diceva il Cholo!!!... Lo diceva!!!...




Thomas superò la difesa, da solo, e l'Arsenal ebbe
una possibilità di vincere il Campionato. […] e anche
allora scoprii che mi stavo trattenendo, memore dei
recenti errori rimanevo chiuso in un temprato scetticismo,
pensando, be', se non altro ci siamo andati vicini,
invece di pensare: per favore Michael, per favore Michael,
per favore mettila dentro, Dio fa che segni. E poi era lì
che faceva capriole, e io ero lungo disteso per terra,
e tutti in salotto saltavano sopra di me.
Diciott'anni, tutti dimenticati in un secondo
Nick Hornby, “Febbre a 90'”


A questo punto, vorrei dirvi di aver riacquisito tutta la granitica certezza che deriva dal Cholismo. Sarebbe bello, eh? Ma invece no.
Certo, ho stretto in mano il ciuccio comperato a Madrid e ho cullato in me la sicurezza nascosta che ormai era fatta, che dopo un Segno così non ci poteva essere sconfitta; ma in realtà sobbalzavo ogni volta che il Barcellona usciva dalla propria area. Il che vuol dire quasi sempre, visto che i colchoneros, dopo la vibrante fiammata dei primi quindici minuti del secondo tempo, ritornavano pian piano a essere schiacciati nella propria metà campo.
Stanchi, i nostri resistevano come potevano contro un Barça più velleitario che efficace: Miranda giocava come un dio greco, Godin lottava come un Ciclope, mentre Filipe e Sosa cercavano in tutti i modi di imbastire contropiedi, Gabi e Koke correvano per venti e Tiago ci metteva l'anima.


I minuti passavano e i nostri avversari, benchè padroni del campo, non creavano pericoli.
Perfetto, se non ci fosse stato quel fastidioso precedente nel primo tempo... però ora avevo il ciuccio e la Speranza, pensavo. E se subiamo un gol proprio all'ultimo minuto? Sì, ma ho il ciuccio... O magari proprio adesso, durante i minuti di recupero? Sì, ma c'è il ciuccio... O no? Ma certo!!! Certo!!!
Ed ecco il FISCHIO FINALE!!!
E i nostri eroi che si abbracciano.
E mia figlia che magicamente mi riappare accanto e guarda un po' stranita le mie lacrime di gioia.
Diciott'anni, tutti dimenticati in un secondo.




Saber perder es mucho más difícil que saber ganar. Por eso,
el triunfo de los que han perdido mucho es un tesoro más
dulce, más intenso, más heroico y duradero que cualquier otro.
La tenacidad, la lealtad, la perseverancia, la fortaleza
imprescindible para resistir la tentación de abandonar,
de desertar, de unirse a la corriente del favorito,
forja la voluntad, endurece la piel y acoraza el espíritu.
Enseña a apreciar la diferencia entre el verbo ser y el
verbo estar. Entre el verbo creer y el verbo comprar.
Entre la razón y los sentimientos. Entre la arrogancia y
el orgullo legítimo. Y, sobre todo, entre el valor y el precio.
Yo lo sé porque mi corazón, que es rojo, es también rojiblanco.


E ora, cosa resta? 
 
Gioia, gioia infinita.
Come saprete, non credevo in questo titolo, mi sembrava impossibile. E poi ne avevo già vissute tante, di delusioni, da non poterle neppure enumerare...
Però ora mi volto indietro e questo titolo mi pare il più bello, il più MIO. Se penso alle ultime tre Ligas vinte, mi sembra inevitabile: nel 1977 avevo un anno e neppure sapevo dell'esistenza dell'Atletico; nel 1996 internet era ancora in embrione e ricordo di aver visto una decina di partite al massimo su Koper-Capodistria (con l'Albacete c'ero, oh, se c'ero...). Ma qui, qui io ci sono stato: 56 partite su 61 non sono uno scherzo, no? E ben due dal vivo...
1996 – 2014: diciott'anni, tutti dimenticati in un secondo.


Leggo le parole di Almudena Grandes, tifosa biancorossa da sempre, e mi commuovo. E penso: questa volta c'ero veramente, non solo attraverso qualche partita alla TV e la spasmodica attesa dei risultati sul Guerin Sportivo.


Alzo lo sguardo sulle foto dei miei eroi dell'adolescenza appesi alla parete, Futre, Baltazar, Manolo, Schuster, Kiko, Caminero e tutti gli altri. E penso: ragazzi, scusate, ma questi qui vi hanno superato. Anche perchè io c'ero, e scusate se è poco.


Guardo le foto dei trionfi degli anni 50, 60 e 70 e mi accorgo che, di là, mia figlia canta da minuti e minuti “Diego Godin! Diego Godin! Diego Godin!” al modo del Frente Atletico. E penso: ragazzi, scusate, ma questa è storia vissuta, non letta sui libri.


E allora gioia, gioia infinita...


sabato 17 maggio 2014