mercoledì 11 marzo 2015

Atletico Madrid – Valencia 1-1: blackout


Correva il minuto 75 di una partita che l'Atletico stava vincendo con buon merito. Poco calcio e molta intensità, d'accordo, ma da almeno 60 minuti il Valencia non si era più visto dalle parti di Moyá, anzi raramente aveva superato la propria metà campo.
Correva il minuto 75 e pareva proprio che si potessero dormire sonni tranquilli: gli avversari ricacciati a meno quattro, un Gabi ritrovato, l'impressione che il Valencia non sapesse che pesci pigliare, la faccia sconsolata di Nuno Espirito Santo.
Correva il minuto 75 e il fastidio maggiore lo si poteva provare per il gol incredibilmente sbagliato da Tiago a porta vuota, un paio di minuti prima. Certo, anche il gioco non era stato granché (eufemismo...), ma neppure gli avversari avevano combinato molto: troppa tensione, troppa intensità, troppo tatticismo. Per una squadra convalescente, considerata la posta in palio, ci si poteva accontentare di un 1-0 con gol su palla inattiva.
Correva il minuto 75 e, quando tutto sembrava andare bene, Diego Godin, fino ad allora la solita sicurezza in difesa, su un pallone innocuo, rifiutava di ascoltare il proprio portiere e, invece di lasciare la palla a quest'ultimo per un rinvio in uscita, cercava di servire un proprio compagno e solo per miracolo Negredo, il centravanti avversario, riusciva solo a sfiorare e non a controllare un pallone a quel punto solo da spingere in rete.
Correva il minuto 75 e proprio allora ci accorgevamo con orrore che la partita stava cambiando pelle sotto i nostri occhi. Che fosse già accaduto senza che ce ne accorgessimo o che l'errore grave di Godin ne fosse la causa, la gara prendeva una nuova direzione. Fino ad allora, per inerzia, la partita si era progressivamente inclinata verso i colchoneros, che, seppur con fatica, avevano costruito (poco) di più e avevano preso a controllare la gara con relativa sicurezza. Improvvisamente, però, il Valencia si rendeva conto che poteva osare, che poteva ribellarsi all'inerzia sfruttando l'improvviso e insperato blackout degli avversari e tentare di acciuffare un pareggio che fino a pochi secondi prima sembrava, semplicemente, fantascienza.
Due minuti, due soli minuti, e Mustafi, su punizione dalla trequarti e grandioso errore di Moyá, infilava di testa la porta biancorossa. Per circa dieci minuti, l'Atletico subiva in maniera clamorosa la pressione avversaria, disarticolato e impaurito a un livello tale che il clamoroso sorpasso sembrava pronto per essere confezionato ad ogni tocco dei nostri avversari.
In qualche modo, i colchoneros riuscivano però a condurre in porto una gara che da praticamente vinta si era trasformata in quasi sicuramente persa. Che fosse finita la benzina, che fosse uscito Koke e con lui l'unico barlume di luce, la gara si era trasformata in una sofferenza incredibile: un intero stadio a tremare di paura, un'intera squadra paralizzata, capace solo di buttare la palla nella metacampo avversaria, senza neppure provare a giocarla.
Alla fine, la partita lasciava a molti l'amaro in bocca, lo sgradevole sapore di un'occasione irripetibile malamente perduta.


Ed ora ci troviamo qui, davanti a molti dubbi e a poche risposte: siamo in crisi? Dobbiamo aspettarci un sorpasso? E da parte del solo Valencia? E la Champions', che dire della Champions'? E molte altre domande, tutte venate da un pessimismo più o meno profondo.
Un pessimismo che io, lo dico subito, non capisco. Non voglio dire, con questo, che sono fiducioso a prescindere, ma che non posso fare a meno di riflettere sul fatto che la stagione sia ancora lunga, molto lunga. Nel bene come nel male, chiaro. Però...


Quando si affronta un match di questo tipo, c'è una sola squadra che ha a disposizione un solo risultato utile, quella che sta dietro. Dopo un mese come quello che abbiamo passato, era legittimo o no che il Valencia sperasse nel colpaccio? Direi di sì. E c'è riuscito? Direi di no. Non capisco in che modo il risultato sia da considerare catastrofico, per noi. Siamo ancora davanti, ergo dipendiamo da noi stessi. Nel bene o nel male, lo ripeto, ma da noi stessi.
Certo, il Valencia è forte. Molto più forte di quanto credevano certe anime belle che dicevano di non preoccuparsi dei valenciani perché non avrebbero resistito tutto l'anno e ora vaneggiano istericamente di quinti posti e di disastri senza fine. Perché, mi viene da dire, non lo sapevate che i nostri avversari sono forti? In alcuni ruoli, anche più forti di noi: ce l'abbiamo, noi, un centrocampista come Enzo Perez o Parejo? E un terzino come Gayà? E un Feghouli? Non scambiereste un Mario Suarez o il Gabi degli ultimi mesi per uno qualunque di questi giocatori? Io sì, a occhi chiusi. E anche per il Siviglia si può fare lo stesso discorso, più in piccolo.
Però noi siamo terzi, anche se la gara ha dimostrato che ormai siamo alla pari, molto di più di come era apparso per il 3-1 dell'andata. Un paradosso, forse, ma in realtà non più di tanto: senza quella gara clamorosamente toppata, senza altre due o tre gare clamorosamente buttate via, staremmo qui a parlare del solito Atletico che, a pari livello, mantiene 5 o 6 punti di vantaggio sugli avversari diretti.
Siamo un punto sopra i nostri avversari perché abbiamo dilapidato punti per un mese, come l'anno scorso, nel programmato “febbraio nero”. Solo che l'anno scorso la concorrenza era meno numerosa. Ma, come abbiamo avuto un periodo così, ne avremo altri migliori. Soprattutto, potrebbero incespicare i nostri avversari.
Intanto, è tornato Koke. Poi, è tornato Gabi e questa, ovviamente, è una metafora. La squadra, checché ne dicano i catastrofisti, ha giocato una buona gara, per intensità e concentrazione, per 75 minuti. Una settimana prima, pareva non riuscisse nemmeno reggersi in piedi.
La difesa tiene, anche se non è il bunker dell'anno scorso. Griezmann giocherà, e prima o poi Fernando Torres segnerà ancora.


Certo, finire quarti, dopo la conquista della decima Liga, sarebbe un mezzo fallimento. Però, siamo seri, qualcuno pensava davvero di rivincerla, questa benedetta Liga? E nessuno a parte me si è domandato se veramente potessimo andare da qualche parte con questo centrocampo? Mi verrebbe da dire: ma non vi era chiaro che questa è una stagione di transizione?
Non è tempo di fare certi discorsi, ma la domanda che ho fatto più volte anche lo scorso anno rimane sul tavolo: perché i nuovi falliscono sistematicamente, a meno che non arrivino per prendere il posto di chi se ne è già andato (con varie eccezioni, comunque)? Quale rinforzo si è fatto spazio nel nocciolo duro della formazione-tipo? Se erano e sono tutti così scarsi, perché sono stati comprati? Oppure Simeone non riesce a derogare da un gruppo di pochi, pochissimi elementi, sempre gli stessi da tre anni e quindi, va da sé, con tre anni in più sulle spalle? Adoro il Cholo, gli farei un contratto a vita, ma questa è una sua rigidità che deve assolutamente modificare (tra l'altro, a proposito di rigidità, vorrei capire cosa sia successo con Mandzukic, perché è chiaro che qualcosa è successo).

Come vedete, della Champions' non ho parlato. Ho una mia idea, ma la tengo per me. Scaramanzia...


Note positive
Gabi: corre, lotta, imposta, si danna l'anima, innesca il gol e l'occasionissima di Tiago. Finalmente una buona notizia!


Note negative
Tiago: non gioca male, ma l'errore a porta vuota, se errore si può chiamare, col senno di poi pesa moltissimo.
Moyá: come abbia fatto a calcolare la posizione sua e della palla, davvero non me lo spiego. E tutti a mugugnare, sul web e nei bar di Madrid. Che non fosse Courtois, però, ce ne eravamo già accorti, pur abbagliati dalla grande stagione che sta giocando. E lo stesso Courtois, ora molti non lo ricordano più, di errori così ne ha fatti. Alla fine è quello che è, semplicemente: un buon portiere, niente di più, niente di meno.




Atlético: Moyá 4; Juanfran 6, Gimenez 6,5, Godín 6, Siqueira 5,5, Tiago 6,5, Gabi 8 (Raúl Jiménez, m. 81 sv), Arda 6, Koke 6,5 (Mario Suárez, m. 69 5,5); Fernando Torres 6 (Mandzukic, m. 61 5) y Raúl García 5,5.
No utilizados. Oblak, Gámez, Lucas y Cani.


Valencia: Alves; Barragán, Otamendi, Mustafi, Gayá; Enzo Pérez (André Gomes, m. 58), Javi Fuego, Parejo; Piatti (Orban, m. 91), Feghouli (Rodrigo, m. 58); Negredo.
No utilizados: Yoel, De Paul, Cancelo y Filipe.



Goles: 1-0. M.32. Koke. 1-1. M. 78. Mustafi.
Árbitro: Jaime Latre. Expulsó por doble amarilla a Javi Fuego (m. 90). Amonestó a Godín, Siqueira, Torres, Mario Suárez, Mandzukiz, Barragán, Mustafi, Otamendi, Enzo Pérez, Piatti y Negredo.
Vicente Calderón. Unos 50.000 espectadores.


mercoledì 4 marzo 2015

Siviglia – Atletico Madrid 0-0: tutti in trincea!


Se c'è una cosa che si può dire senza timore di essere smentiti, è certamente che Diego Simeone conosce molto bene i suoi giocatori e sa quasi sempre metterli in condizione di rendere al meglio.

In considerazione di ciò, appare chiaro che l'ennesima partita orrenda e senza apparente criterio dell'Atletico sia, in realtà, il massimo che può fare questa squadra al momento, o comunque il massimo che Simeone ritenga possa fare.
Preso atto che la condizione fisica sia quella che sia, che volontà e grinta da sole non bastino a dimenticare gli infortuni e che limitare i danni sia la cosa migliore da fare in questo momento, il Cholo ha impostato a Siviglia una partita di puro contenimento. Un punto doveva essere e un punto sarebbe stato. D'altra parte, la trasferta in Andalusia seguiva almeno un'altra partita fuori casa nella quale la strategia di base era stata l'attesa dell'avversario, segno che Simeone aveva ben chiare le difficoltà, fisiche ma non solo, della propria squadra (in quella prima, a Vigo, d'altra parte, l'azzardo era stato pagato carissimo). In questo senso, è sempre più evidente che il derby del Calderon sia stata un'eccezione nel febbraio interlocutorio dei colchoneros e non il metro di paragone rispetto al quale giudicare le altre gare o le condizioni psico-fisiche della squadra.

In attesa che la condizione fisica migliori come da programma, che gli infortunati recuperino, che gli squalificati ritornino (ahi, l'annoso problema dei numerosi inutili cartellini gialli...) e nel timore che i diffidati si becchino un nuovo fatale cartellino (...), Simeone sceglie il bassissimo profilo. Una scelta che finora non ha pagato, come dimostra non solo Leverkusen, ma anche Siviglia: qui, se è vero che non abbiamo rischiato moltissimo, è altrettanto vero che se Iborra non avesse centrato il palo staremmo a parlare di ulteriore sconfitta.
Comunque sia, il piano era chiarissimo: tutti in trincea, sperando che là davanti Arda, in un qualche modo, imbeccasse Griezmann e magari garantisse un insperato gol di vantaggio.

Ecco dunque un 4-4-2 molto simile a un 4-5-1, con un centrocampo di puro contenimento (da destra a sinistra, Gabi-Tiago-Suarez-Raul Garcia), un terzino sinistro “di fortuna” e perciò non a suo agio (Gamez) e un terzino destro cui era stato chiaramente imposto di non lasciare mai scoperta la propria fascia (un Juanfran spento e bloccato come mai avevo visto). “Davanti” (…), un Arda che aveva il compito di ripiegare difensivamente sulla fascia sinistra e un Griezmann che avrebbe dovuto approfittare degli spazi alle spalle dei difensori avversari per puntare alla porta.

In questo piano, Simeone ha forse dimenticato una delle regole non scritte del calcio: non conta con quanti giocatori si difende, ma quanto profonda è la difesa. Quattro centrocampisti di contenimento in riga non aumentano le capacità difensive, ma costituiscono una linea rigida che più facilmente si presta a rompersi se sottoposta a pressione. Senza attaccanti che difendano in fase di non possesso, che sporchino le linee di passaggio avversarie, che costringano gli avversari a non alzare il proprio baricentro, non si riesce a fermare una squadra determinata ad attaccare.
Questo si è visto chiaramente a Siviglia, dove i maggiori problemi sono venuti dagli inserimenti di Iborra da dietro e da continue triangolazioni sullo stretto che puntavano a disarticolare le linee della difesa colchonera e a creare situazioni di due contro uno che favorissero gli attaccanti. Paradossalmente, il fatto che l'Atletico abbia giocato quasi interamente ripiegato nella propria trequarti, se da un lato ha favorito la pressione avversaria e quindi un'inerzia pro-Siviglia lungo buona parte della gara, dall'altro ha favorito una difesa di tipo passivo, basata sulla densità in area e sulla conseguente necessità di forzare il tiro da parte degli attaccanti avversari. Questo tipo di difesa, certamente non voluto da Simeone, che infatti continuava a chiedere ai suoi di alzare il baricentro, ha però prodotto come conseguenza la sparizione dal gioco dei due davanti, con Arda impegnato in chiave puramente difensiva e Griezmann a vagare senza meta né scopo.

D'altra parte, il vero punto debole del piano di Simeone (che a mio giudizio, come ho scritto più volte, sottovaluta troppo il fatto che l'Atletico si faccia schiacciare dagli avversari, poiché si fida eccessivamente dell'abilità difensiva dei suoi difensori: un errore o una deviazione sfortunata possono sempre capitare) era proprio nell'aver approntato un piano senza avere tutti gli uomini che potessero portarlo a compimento: Griezmann, infatti, non è Diego Costa. Sarebbe stato un piano sensato, rischiosissimo ma sensato, se il francese avesse la potenza fisica necessaria a fare reparto da solo; purtroppo così non è, perché Griezmann rende al massimo se può infilarsi negli spazi creati da qualcun altro, come Mandzukic. Ed ecco spiegato quel “quasi” nella prima frase: ogni tanto chiede a qualcuno di fare ciò che non può fare. Tutti erano nel posto nel quale potevano, a giudizio del Cholo, rendere al meglio, tranne il francese, il turco e... il croato.

Forse con Mandzukic fin dall'inizio la gara sarebbe stata diversa, forse no. Sta di fatto che, se l'Atletico non ha preso reti, certo non ha corso il rischio di segnarne. E comunque, se Iborra avesse segnato, non credo che avremmo mai recuperato: mancavano le gambe e l'inventiva.
Aggiungo anche che, se non sono queste le partite in cui può giocare Cani, proprio non so quando potrà farlo.

A conferma di tutto ciò, il netto miglioramento nella seconda parte. Dico netto ma non intendo con questo che la lancetta del barometro abbia virato sul positivo: solo qualche trama, un po' di velocità e un paio di iniziative solitarie di Fernando Torres (lui sì che il fisico per fare l'eroe solitario là davanti ce l'avrebbe, peccato per la mira...). Non credo sia un caso che tutto questo sia avvenuto con in campo due attaccanti.

In conclusione, un dato che la dice lunga sulla partita: Atletico 179 passaggi, Siviglia 405. Impietoso.

Voltiamo pagina e aspettiamo con fiducia che alcune fragilità passino. Altro non possiamo fare.

Note positive
Fernando Torres: la squalifica di Griezmann lo lancia nell'arena in vista del match contro il Valencia. Nella mezzora in cui gioca mostra forza, velocità e determinazione. Peccato per la mira, che latita, e per la scarsa lucidità, a causa della quale manca alcuni passaggi che avrebbero potuto modificare la nostra gara (nel punteggio, perché la prestazione...). Rimane il (forte) dubbio che possa durare 90 minuti.

Note negative
Mal di trasferta”: da un po' di tempo in trasferta non ne azzecchiamo una. Sì, certo, la partita contro l'Eibar, e poi? Altre sei trasferte senza vittoria. Non so esattamente a cosa si può imputare questo problema, però c'è. Anzi, è forse la maggior differenza rispetto all'anno scorso, quando davamo la sensazione di essere a nostro agio su qualunque campo. Una cosa però l'ho notata: va a braccetto con la scomparsa dei gol su palla inattiva, l'ultimo dei quali data ormai a due mesi fa. Tutti sappiamo che, alle volte, una partita particolarmente difficile si risolve grazie alle giocate di strategia. Certo, quest'anno i gol su calcio da fermo sono stati spesso invalidati dai troppi gol incassati, però, se prima ci garantivano almeno un pareggio (viaggiamo a un gol incassato a partita), ora non ci permettono neanche quello.




Sevilla: Sergio Rico; Coke (Mbia, m.70), Arribas (Reyes, m.70), Kolodziejczak, Fernando Navarro; Krychowiak, Iborra; Aleix Vidal, Éver Banega, Vitolo; Bacca (Gameiro, m.79).


Atlético: Moyá 6,5; Juanfran 6, Miranda 6, Godín 6,5, Jesús Gámez 5,5; Gabi 5,5 (Koke, m.64 6), Tiago 5,5, Mario Suárez 6, Raúl García 5,5; Arda Turán 5,5 (Fernando Torres, m.59 6,5), Griezmann 5 (Mandzukic, m.75 5).


Arbitro: Carlos Clos Gómez (Comité Aragonés). Amonestó a los locales Arribas (m.20), Krychowiak (m.49), Mbia (m.81) y Banega (m.92), y a los visitantes Arda Turán (m.37), Gabi (m.43), Jesús Gámez (m.51), Griezmann (m.52), Mario Suárez (m.55), Tiago (m.64) y Miranda (m.87).
Incidencias: Partido de la vigésimo quinta jornada de la Liga BBVA disputado en el Ramón Sánchez Pizjuán ante 36.000 espectadores. Terreno de juego en perfectas condiciones.

venerdì 27 febbraio 2015

Bayer Leverkusen – Atletico Madrid 1-0: crisi di identità


Pochi giorni prima della partita di Leverkusen, Alvaro Dominguez, a precisa domanda, rispondeva che non sapeva dire se l’Atletico di quest’anno fosse più forte o più debole di quello dell’anno scorso. Ciò che notava era semplicemente che si tratta di due squadre diverse nel gioco, ma accomunate dalla medesima forza mentale, dalla stessa capacità di concentrazione e dall’uguale voglia di vincere.

Ora, io non so dire se le parole del nostro ex-canterano fossero sincere o viziate dall’affetto verso i nostri colori, d’altra parte è dimostrato che fare il calciatore non significa per forza capire di calcio, ma mi pare chiaro che la risposta non corrispondesse a verità.

Se c’è infatti una cosa che la partita contro il Bayer ci mostra, è senza dubbio che questo Atletico non è affatto quello dell’anno scorso. Non si tratta neppure di tattica (ovviamente non è quello dell’anno scorso), ma di mentalità.
Ormai le partite caratterizzate da un approccio sbagliato si susseguono con discreta regolarità, da Barcellona, al Celta, al Bayer (solo per limitarci all’ultimo mese), così come quelle per le quali tocca scrivere che anche ai migliori, cioè al Cholo, capita di sbagliare. Basta, più in generale, dare uno sguardo alla Liga: nel solo girone di andata si sono registrate le stesse sconfitte di tutto il campionato scorso.

Se fino a poco tempo fa si poteva parlare di inevitabili difficoltà legate ai cambiamenti tattici, ora diventa difficile sostenere questa tesi. Semplicemente, all’Atletico capita di non essere la stessa squadra di pochi giorni prima.

Come qualcuno faceva notare nei commenti a un precedente post, lo scarto tra il derby vinto e la prestazione di Vigo non può dipendere solo dal fisiologico affaticamento del periodo gennaio-febbraio e così la differenza tra la gara contro l’Almeria e questa. A Leverkusen i colchoneros sono stati surclassati in tutto, sul piano del gioco, su quello della concentrazione e su quello della corsa. Come ha riconosciuto il Cholo, è una fortuna che abbiano perso solo 1-0.

Non ho nessuna competenza nel campo della preparazione fisica e non sono tutti i giorni al campo di Majadahonda, quindi non posso giudicare il lavoro svolto dal profe Ortega, che dicono tutti essere ottimo e che tale pare anche a me. Però una cosa me la chiedo. Probabilmente il lavoro viene pianificato prima di sapere del calendario (quindi non si poteva sapere che febbraio ci avrebbe regalato Madrid-Siviglia-Valencia in rapida sequenza), però la data degli ottavi di Champions’ è nota da sempre: com’è possibile che, ancora una volta, si arrivi a questo appuntamento col fiatone? L’anno scorso fortuna volle che ci capitasse il Milan, un ostacolo non insormontabile (eufemismo) neanche con una condizione fisica precaria; quest’anno credevo che la situazione si fosse ripetuta pari pari, visto il livello del Bayer. Invece la realtà è stata drammaticamente diversa, anche se rimane la possibilità di raddrizzare l’eliminatoria al Calderon. La decisione di programmare il calo fisico a gennaio-febbraio è sempre stata spiegata con la necessità di arrivare in forma alla fase finale della stagione, quella in cui ogni gara può essere decisiva. L’anno scorso, da profano, mi posi un’ulteriore domanda e la ripropongo anche quest’anno: ha senso, se si rischia di non arrivare alla famosa fase finale? Una volta fuori dalla Coppa del Re e dalla Champions’, a cosa serve essere in forma ad aprile-maggio? Per la Liga? Con una partita alla settimana, basta e avanza la preparazione che si può sviluppare tra una domenica e la successiva e certo, dopo aver accumulato un notevole ritardo dalle posizioni di testa, non si è in grado di puntare alla vittoria.

Quel che maggiormente mi preoccupa, però, è la mentalità. Sembra quasi che, dopo la vittoria della Liga, la squadra abbia perso la sua fame. Un fenomeno fisiologico, io credo, che si somma (come ho già avuto modo di dire) alla volontà di molti dei nostri avversari di farsi belli sconfiggendo la squadra di moda del momento. Spesso i colchoneros scendono in campo deconcentrati e molli, in alcuni casi tirano decisamente a campare nella speranza di piantare la zampata vincente (è successo anche contro l'Almeria, anche se in maniera non così evidente). È una caratteristica che l'Atletico ha sempre avuto, perché questa storia dell'incredibile organizzazione difensiva e della concentrazione sempre ai massimi livelli è, in certa parte, un mito giornalistico (quante volte sono state le qualità dei singoli, da Courtois a Godin, da Falcao a Diego Costa, questi ultimi specialisti in “zampate”, a garantire che una strenua e confusa difesa sulla trequarti lasciasse la nostra porta inviolata o ci permettesse di raddrizzare partite che sembravano nate male e portate avanti peggio?). Il problema è che pare essersi acuito in concomitanza col calo di alcuni giocatori. Anche il Cholo non mi pare concentrato e incisivo come eravamo abituati a vedere. Naturalmente c'è chi sostiene che questo si debba alla delusione dell'anno scorso o anche alle difficoltà ad adattarsi al nuovo tipo di gioco (che tanto nuovo non è, a mio giudizio, ma tempo al tempo e spiegherò anche questo), ma io sono convinto che la spiegazione possa coincidere con la pancia piena dopo anni di successi, anche da parte di Simeone.
Insomma, fino all'anno scorso questa squadra sembrava inaffondabile, anche quando giocava malissimo, e sapeva trarre vantaggio da qualunque dettaglio, che fosse un colpo di fortuna, un errore degli avversari o una giocata individuale dei propri giocatori, fino a ribaltare l'andamento della gara. Quest’anno non si è visto nulla di tutto questo, né a Leverkusen, né prima.

Inutile nasconderlo, la squadra non è la stessa; anche perché i giocatori non sono gli stessi. Per un Godin e un Juanfran che sono forse addirittura migliorati, per un Griezmann e un Mandzukic che fanno sconquassi (ma solo a tratti, e scusate se è poco), abbiamo un Miranda che, tra infortuni ed errori, ci ha già penalizzato parecchio, un Gabi inguardabile (la vicenda giudiziaria che lo riguarda l'ha charamente prostrato), un Siqueira che non sarà Insua, ma neppure molto meglio.
In particolare, a Leverkusen non si è salvato quasi nessuno, a parte Godin e, in parte, Gamez. Moyà ha fornito una sensazione continua di insicurezza (e non è la prima volta, in realtà), Siqueira non ne parliamo, Tiago ha mostrato un gran nervosismo e poco altro, Arda sembra entrato nel solito letargo da seconda parte della stagione (un classico degli ultimi tre anni che, francamente, ha anche scocciato). Là davanti, il duo è sparito.
Magari è stata solo questione di sfortuna (in fondo, avremmo potuto segnare un paio di volte e magari saremmo tornati dalla Germania con un pareggio o persino con una vittoria, per quanto immeritati: non sarebbe stata la prima volta, per continuare il discorso fatto sopra), magari è perché ai nostri avversari è stato permesso di andarci giù piuttosto duri negli interventi (lo stesso numero di gialli dei nostri avversari più un rosso per la metà dei loro falli è in effetti una statistica stravagante...).
Però la verità è una sola: hanno corso più di noi. Mi verrebbe da dire, anzi, che hanno corso, punto.

E qui torniamo al punto di partenza. Ogni volta che gli altri corrono più di noi, perdiamo. Ogni volta che gli altri ci soffocano col loro pressing, non sappiamo giocare la palla, non usciamo dalla nostra trequarti. Olympiakos, Valencia, Real Sociedad, Barcellona, Villareal, Celta, Bayer: tutte le nostre sconfitte si assomigliano, c'è poco altro da dire.

martedì 24 febbraio 2015

Atletico Madrid – Almeria 3-0: facile facile


Anche ora che sto scrivendo, continuo a domandarmi se valga la pena o no di scrivere un post il cui succo, è inevitabile, non può che essere “nulla da segnalare”. La partita con l'Almeria è stata tra le più semplici che io ricordi: tre gol nei primi trenta minuti e un tranquillo controllo nei minuti restanti. Non voglio con ciò sminuire i nostri avversari, che hanno giocato una buona partita e hanno fatto tutto il possibile per impensierirci, ma semplicemente dire che gli episodi ci hanno favorito in maniera smaccata.
Ogni più piccolo errore degli almeriensi è stato punito al massimo grado dalla coppia Mandzukic – Griezmann, che ha giocato una gara formidabile. Il croato agisce da pivot per il francese e lo cerca tra le linee, oppure taglia verso l'esterno per aprire spazi al centro. In ogni caso, viene esaltata la velocità di Griezmann e la sua capacità di agire in percussione: un risultato che non pareva affatto raggiungibile dopo le prime partite e che ha trasformato un difetto evidente di Mandzukic, la sua lentezza, in un'arma affilatissima per gli avversari. Da cinque partite, tra l'altro, l'Atletico non segna su palla inattiva, ma anzi esibisce buone (e fruttuose) trame offensive.
C'è anche da dire che il rigore del 1-0 è molto, ma molto dubbio. Avrei preferito che non ci venisse regalato nulla, ma credo che a quel punto avremmo fatto molta fatica, perché i nostri avversari, lo ripeto, hanno giocato la loro onesta partita, con rigore tattico e concentrazione, oltre che con buon tono fisico. Nel secondo tempo, complice il risultato tranquillizzante, ci siamo fatti schiacciare un po' troppo per i miei gusti, il tipico difetto che questa squadra proprio non riesce a togliersi di dosso, e forse neppure vuole.


Note positive
Griezmann: portato in una zona più centrale rispetto a quella in cui giocava a San Sebastian, è già a quota 14 reti in mezzo campionato. Trovo impressionante non solo la sua capacità di sgusciare alle spalle dei difensori centrali (e anche la capacità di Mandzukic di servirlo quasi a occhi chiusi), ma anche e soprattutto il lavoro difensivo che compie sia nel disturbare le prime linee di passaggio degli avversari, sia nei ripiegamenti a centrocampo. Il suo secondo gol è da urlo. Mi preoccupa solo che, visto il dispendio di energia, possa non durare tutta la stagione.


Note negative
Ammonizioni: il problema è noto, non starò a ripetermi. Ma come si fa a farsi ammonire persino in una partita così? Siqueira poi, non ne parliamo... Va bene, non era mano, ma il primo giallo è da prenderlo a sberloni.




Atletico: Moyá 6; Juanfran 6,5, Miranda 6, Godín 6,5, Siqueira 5,5; Arda 6,5, Tiago 6 (Mario Suárez, m. 71 sv), Gabi 6, Saúl 6,5; Griezmann 8,5 (Raúl García, m. 64 6) y Mandzukic 7,5 (Torres, m. 59 6).
No utilizados: Oblak; Gámez, Giménez y Cani.


Almería: Julián; Míchel, Trujillo, Dos Santos, Dubarbier (Casado, m. 76); Vélez (Soriano, m. 46), Verza; Edgar, Corona, Thievy (W. Silva, m. 71); y Hemed.
No utilizados: Yeray; Navarro, Azeez, y Jonathan.

mercoledì 18 febbraio 2015

Celta – Atletico Madrid 2-0: le cose fatte in grande


Da tre anni, da quando Simeone è alla guida della squadra, gennaio e febbraio sono mesi difficili, nei quali i carichi di lavoro programmati durante l'anno si fanno sentire e provocano un fisiologico calo di forma. Da sette l'Atletico non vince alla giornata 23.
Insomma, oltre alla scienza, la cabala. C'erano tutti gli ingredienti perché la partita col Celta si rivelasse estremamente difficile (alla faccia di quelli che pensano, chissà perché, che tutte le nostre partite debbano rivelarsi poco più che formalità o che i nostri avversari in classifica, ho sentito anche questo, non debbano preoccuparci perché, si sa, non resisteranno certo tutto l'anno), anche perché la squadra galiziana presenta buoni giocatori, ottima organizzazione di gioco e almeno fino a non molto tempo fa aveva giocato un discreto campionato.
Quando però ho cominciato a leggere, su tutti i giornali, che Simeone aveva intenzione di salire in Galizia con un 4-3-3 d'assalto, mi sono messo le mani nei capelli. Possibile che il Cholo commettesse un errore tanto grande, quello che ai miei occhi si prefigurava come un vero e proprio suicidio? Come avrebbe potuto essere supportato un tridente Mandzukic – Torres – Griezmann, senza rischiare di spezzare in due la squadra? Perché osare una mossa così azzardata, mai provata se non in uno scampolo di partita (senza risultati apprezzabili), proprio in una trasferta così delicata? La spiegazione ufficiale era la necessità di contrastare la pressione avversaria, per dir così, “alla radice”, sulla trequarti del Celta, che così sarebbe stato costretto a guardarsi le spalle e a non lanciarsi in avanti per non venire trafitto.
Naturalmente, non sono il Cholo né faccio l'allenatore professionista, quindi devo presumere che Simeone avesse un'idea ben precisa e ponderata sulle capacità dei suoi di gestire uno schema tanto inusuale per lui e per i colchoneros, mentre le mie preoccupazioni fossero campate in aria, poco più che chiacchiere da bar. Tuttavia, mi sembrava curioso che Simeone si fosse dimenticato che uno dei problemi storici dell'Atletico, il primo che aveva affrontato già dall'esordio a Malaga, era una notevole fragilità difensiva sulle corsie esterne. O che, privo di tre califfi di centrocampo come Koke, Arda e Raul Garcia, trovasse che la soluzione fosse allungare la squadra e non puntare su un giocatore come Cani, comprato apposta per sostituire Arda (per Koke c'era Saúl, che il Cholo cerca da inizio anno di trasformare in una seconda mezzala tuttocampo). Chiacchiere da bar, appunto, di quelle cui si lascia andare chi le cose le osserva dall'esterno.
Tuttavia, la partita ha dimostrato chiaramente qualcosa che già sapevamo: Simeone sbaglia raramente ma, quando capita, lo fa proprio in grande stile.


Pochi minuti e l'Atletico si è trovato completamente spaccato a metà, mentre Orellana, Nolito e Krohn-Dehli affondavano nel ventre molle del centrocampo e mettevano sotto pressione i due terzini. Private della possibilità del raddoppio sistematico, sia in fase difensiva che in attacco, le fasce diventavano proprietà esclusiva dei padroni di casa, che imperversavano senza nessuna opposizione e, anche e soprattutto, senza timori di venire aggrediti a loro volta, come era nel piano originario. Non solo Juanfran e Siqueira soffrivano le pene dell'inferno nell'uno contro uno, ma i tagli tra terzino e centrale degli esterni mandavano in crisi anche Godin e Miranda. Inoltre il gioco tra le linee delle mezzepunte galiziane devastava anche il centrocampo, incapace sia di offendere che di difendere in maniera adeguata.
Là davanti, poi, Mandzukic spariva, Torres non riusciva ad adeguarsi al lavoro dell'ala e continuava ad intestardirsi nel sovrapporsi al croato, mentre Griezmann proprio non riusciva a trovare la propria collocazione e di conseguenza non incideva in nessun ambito.
Insomma, un Atletico assolutamente sconclusionato, incapace di tenere la palla, uscire dalla propria area in maniera, se non ordinata, almeno minimamente efficace e assolutamente non in grado di effettuare tre passaggi giusti di fila.
Solo la pochezza offensiva degli attaccanti avversari impediva al Celta di passare meritatamente in vantaggio.


Nel secondo tempo, Simeone passava a un più prudente e strutturato 4-4-2, ma ormai la frittata era fatta: galvanizzato, il Celta mostrava comunque nel complesso una marcia in più, anche se i colchoneros davano l'impressione di poter raddrizzare la partita o di poterla perlomeno controllare.
Qui però ci si metteva l'arbitro, ormai un “classico” delle partite dell'Atletico: ammonizioni a casaccio, un rigore a Siqueira di dimensioni cosmiche ignorato, un fallo di mani in difesa ignorato appena un attimo prima che Mario Suarez procurasse il rigore del vantaggio avversario.
Ci sarebbero molte cose da dire sul problema arbitrale, nella Liga e contro l'Atletico, ma non voglio, ancora una volta, cadere nel vittimismo. Non posso che pensare a quanto mi hanno insegnato i miei genitori: ci si lamenta solo dopo essersi impegnati al massimo. Ergo, dopo una tale quantità di errori non si parla dell'arbitro e non gli si attribuiscono colpe che sono solo nostre.


Finita la partita, Simeone ha ammesso di aver sbagliato tattica e formazione. Ogni tanto capita anche ai migliori. Ora, senza far drammi, si volta pagina e si punta a superare il turno di Champions' e a stroncare definitivamente la concorrenza di Valencia e Siviglia per assicurarsi il famoso terzo posto che sembra realisticamente alla nostra portata.


Note positive
Nessuna


Note negative
Mario Suarez: ancora una volta, il suo apporto non è solo impalpabile, ma foriero di disastri in serie. Il rigore è uno dei più sciocchi che si siano visti su un campo da calcio, mentre nella seconda rete avversaria brilla di nuovo per assenza ed errato posizionamento.
Gabi: guardiamo in faccia la realtà. Del giocatore superbo degli ultimi due anni, per tenacia e costanza, non rimane più nulla. Vaga per il campo senza trovare la posizione né guidare i compagni.








Celta: Sergio Álvarez; Sergi Gómez, Cabral, Fontàs, Jonny; Radoja, Augusto; Orellana (Santi Mina, m. 89), Krohn-Dehli (Álex López, m. 88), Nolito; y Larrivey (Hernández, m. 76).
No utilizados: Rubén Blanco, Planas, Bongonda y Charles.


Atlético: Moyá 7; Juanfran 5,5, Miranda 5,5, Godín 6, Siqueira 5; Griezmann 5, Tiago 4,5 (Mario Suárez, m. 33 4), Gabi 4,5 (Raúl Jiménez, m. 72 sv), Saúl 6; Torres 5 (Cani, m. 45 5,5) y Mandzukic 5.
No utilizados: Oblak, Jesús Gámez, Giménez y Ansaldi.



Árbitro: Martínez Munuera. Amonestó a Godín, Cani, Mario Suárez.
Goles: 1-0. M. 58. Nolito, de penalti. 2-0. M. 71, Orellana
Balaídos. Unos 23.000 espectadores

domenica 8 febbraio 2015

Atletico Madrid – Real Madrid 4-0: buscaban un rival digno...


Come probabilmente tutti ricorderete, anni fa (era il novembre 2011) gli ultras del Real Madrid esposero, durante un derby, un famoso striscione dal messaggio inequivocabile: “Se busca un rival digno por un derby decente”. Un messaggio di disprezzo e di arroganza infiniti che allora, probabilmente, i tifosi del Bernabeu potevano permettersi di credere sarebbe rimasto impunito dagli dei del calcio.
Parafrasando una serie infinita di detti popolari e filosofi, da Eraclito a Shaw, è proprio il caso di dire che, tra tutti i mali, il peggiore che si possa immaginare è che i nostri desideri si avverino.

Sei derby dopo Lisbona, il Real non solo si trova ancora una volta senza punti, non solo si trova ancora una volta sconfitto, ma conosce la gioia dell'umiliazione totale.
Ciò che colpisce non è tanto l'impressione che il vento sia ormai cambiato, né che Lisbona si configuri sempre più come un gran colpo di fortuna per Ancelotti &Friends (lo ripeto ancora una volta, è ormai chiaro che sarebbe bastato uno solo tra Arda e Diego Costa in forma decente e staremmo a parlare di un'altra partita), ma piuttosto l'impotenza del Real e la progressione numerica della serie. Da quando c'è Simeone, siamo passati da sconfitte rotonde a sconfitte di misura, e poi a pareggi, e poi a vittorie di misura, e poi a una vittoria con quattro gol di scarto che definire stretta è riduttivo.
Parliamoci chiaro, di vittorie contro l'eterno rival ne sono arrivate diverse, nelle ultime due-tre stagioni. Ma di vittorie così nette, tali da permetterti di andare a farti uno spuntino senza neppure preoccuparti di cosa possa succedere in tua assenza (tranquilli, è solo ironia: non ne sarei capace), mai.
Non solo abbiamo vinto, ma abbiamo annichilito il nostro avversario non solo sul piano dei gol, ma anche delle occasioni, dimostrando, per di più, ottime trame di gioco e una totale padronanza della partita. Ancora una volta, ma non ditelo ai tifosi del Real e alla stampa di regime, i falli peggiori li hanno fatti quelli vestiti di bianco.
La nostra superiorità è stata così netta che mi trovo persino in difficoltà nel commentare la gara. Parlare della totale assenza di occasioni da parte degli avversari? Della penosa gara, l'ennesima, del loro portiere? Della grandezza dei nostri difensori e, comunque, più in generale, della grande prova difensiva e di compattezza di tutta la squadra, attaccanti inclusi? Della partita finalmente ben giocata di Siqueira? Della grande prova di Saúl? Di un Griezmann devastante (c'è chi spende 30 milioni per lui e chi ne butta una valanga per gente come Bale e Chicharito...)? Di un Juanfran ancora una volta eccezionale (e c'è chi gli preferisce Arbeloa...)? Di un Moyà praticamente inoperoso per tutta la partita? Di un Godin eroico, in campo con la narice rotta dopo un fallo (per nulla violento, eh!) di Khedira e capace di una partita senza una sola sbavatura?
No, davvero, non saprei proprio cosa dire. Posso solo aggiungere questo. Ho visto diverse vittorie storiche nel derby, ricordo in particolare la finale di Copa del Rey del 1992, un 4-0 nel 1987 e un 3-0 nel 1990, entrambi al Bernabeu. Ma una vittoria così netta, così tranquilla, non la ricordo.


Note positive
Saúl: tra i molti, scelgo il nostro giovane canterano. Entra a freddo dopo dieci minuti per l'infortunio di Koke, segna dopo solo otto minuti dal suo ingresso in campo un gol stupendo e serve a Griezmann la palla del 3-0 nel secondo tempo. Nell'azione si infortuna e deve uscire dal campo. In mezzo, 60 minuti di grande spessore tattico e atletico.
Mandzukic: pregi e difetti del croato sono noti, soprattutto a Simeone, il quale ha trovato ieri la gran soluzione alle sue difficoltà di adattamento al contrattacco rapido: muoversi, quando è il caso, sulle fasce e permettere a Griezmann di sfondare al centro, giusto negli spazi “liberati” dal croato. A tutto questo si aggiungono il gioco di sponda, fondamentale nel primo gol ad esempio, e una partita di gran sacrificio su Kroos e Isco, in modo da scollegare completamente i tre attaccanti blancos dal proprio centrocampo.


Note negative
Punteggio: alcune cose che ho scoperto nell'ora appena successiva alla partita: cristiano ronaldo ci ha tenuto a farci sapere che il Real è molto superiore all'Atletico, diversi tifosi (anche italiani) avversari hanno commentato che i blancos erano scesi in campo “infarciti di riserve” o che erano “stanchi”. Decisamente, los vikingos hanno stile e umiltà. Carvajal, Coentrao, Varane, Khedira, Isco, Jesé sarebbero semplici riserve? Gente che giocherebbe dovunque? Per non parlare, poi, della partita di grande spessore giocata dai titolari, cristiano su tutti... Alle volte basterebbe riconoscere che l'avversario è stato decisamente più bravo. E LO È DA SEI DERBY! Perché alla fine, forse, la differenza sta tutta qui: un mese fa, con una difesa quasi tutta di riserve (tra cui Lucas, un ragazzino di 19 anni, al debutto assoluto in prima squadra, per di più in un ruolo non suo...) ne abbiamo fatti due. Il Real, in una situazione neppure comparabile se non con malafade (Lucas = Coentrao???), ne ha presi quattro. E poi, una squadra con una panchina lunga un chilometro stanca??? Ma per favore...
Insomma, forse era il caso di forzare e di appioppargliene 5 o magari 6, a futura memoria. Perché di 4-0 ce ne sono già stati altri, ma una bella manita...
Ah, dimenticavo: la sera, tutti in discoteca a festeggiare il compleanno di cristiano ronaldo, tra sorrisi, canti e balli. La sconfitta? Dimenticata. L'umiliazione? Quella è un problema dei tifosi, non certo del conto in banca... Davvero, non credo che esistano giocatori più degni della maglia che indossano di questi. D'altronde, si sa, come li sa scegliere Florentino...
Atlético: Moyá 6; Juanfran 7,5, Miranda 7,5, Godín 8, Siqueira 7,5; Tiago 9, Gabi 7, Koke sv (Saúl, m. 10 8) (Raúl García, m. 71 6), Arda Turan 7,5; Griezmann 9 (Torres, m.76 6,5) y Mandzukic 8,5.
Sin utilizar: Oblak, Giménez, Suárez, y Gámez.


Real Madrid: Casillas; Carvajal, Varane, Nacho, Coentrão; Khedira (Jesé, m. 45), Kroos, Isco (Illarramendi, m.68); Bale, Benzema (Chicharito, m.73) y Cristiano.
Sin utilizar: K. Navas, Llorente, Silva y Arbeloa.



Goles: 1-0. M. 13, Tiago. 2-0. M. 18. Saúl. 3-0. M. 66. Griezmann. 4-0. M. 89. Mandzukic.
Árbitro:Fernández Borbalán (C. Andaluz). Amonestó a Gabi, Arda Turan, Raúl García, Godín, Mandzukic del Atlético y a Kroos y Jesé por parte del Real Madrid.
Vicente Calderón, 54.000 personas.

sabato 31 gennaio 2015

Atletico Madrid – Barcellona 2-3: el mismo perro con dos collares


C’è un problema arbitrale, in Spagna? Sicuramente sì ed è sotto gli occhi di tutti. I favoritismi di cui godono Real e Barcellona sono sotto gli occhi di tutti, tranne che della stampa iberica, che anzi, col suo atteggiamento, fomenta e incoraggia l’andazzo, creando una situazione ai livelli del grottesco. Chi si lamenta di quanto accade in Italia non sa neppure cosa significhi “sudditanza psicologica”. Continuamente le due società su nominate ottengono favori arbitrali, sconti mascherati sulle squalifiche dei propri giocatori, orari facilitati e articoli su articoli tesi a influenzare chi non è connivente creando un clima di sospetto nei confronti degli avversari e di adorazione acritica verso i propri giocatori. Non importa quante differenze, di storia, di attitudine, di connivenza col potere, ci siano tra Barcellona e Real Madrid; alla fine, entrambe si comportano con l’arroganza di chi non è abituato a considerare non solo le ragioni, ma neppure l’esistenza degli altri, abituate come sono ad esaltare solo e comunque la propria storia, a magnificare solo e comunque le proprie vittorie e a considerare le (ahimè inevitabili, perché per fortuna il loro mondo ideale non esiste) sconfitte come complotti da smascherare a nove colonne su tutti i giornali amici. Le inchieste, dalle parti della Concha Espina e del Camp Nou, si limitano a tentare di dimostrare i supposti imbrogli e la supposta arroganza gli uni degli altri. Mai uno che si faccia un esame di coscienza, neppure di facciata.

Nel complesso, le partite di Coppa del Re e di Liga contro il Barcellona sono state inficiate da molti errori arbitrali, quasi tutti a favore dei blaugrana. E su questo, insomma, siamo d’accordo.

La domanda ancora più importante, però, è la seguente: c’è un problema di atteggiamento nell’Atletico Madrid? Siamo, cioè, una squadra violenta o comunque tesa all’aggressione ingiustificata? Mi duole dirlo, ma temo che ci sia una buona dose di verità in queste affermazioni. Sufficiente, in ogni caso, a rafforzare negli altri l’idea che il modo in cui ci dipingono corrisponda alla realtà e a far sì (e questo è l’aspetto peggiore, a mio giudizio) che si crei un pericoloso meccanismo di “profezia che si auto-avvera”.
Anche se forse appartengo ad una minoranza, continuo a provare un gran fastidio quando leggo commenti che invitano a spaccare le gambe a Tizio e a Caio, a farla pagare al Neymar di turno, ad osannare aggressioni nei confronti degli avversari, anche quando questi si comportano in modo disgustoso. Non nego che molte volte una parte di me si auguri che un male di qualche tipo colpisca avversari particolarmente antipatici o arroganti, né che talvolta vorrei proprio vederli vittime di un grave incidente di gioco. Ma da qui a scriverlo, o a dirlo in diretta, o a cercare di renderlo realtà sul campo credo che passi parecchio. Ovverosia un confine che non andrebbe mai oltrepassato.

Invece credo proprio che ultimamente i colchoneros lo abbiano varcato più volte; guarda caso, lo hanno fatto ogni volta che, per motivi prettamente sportivi e tecnico-tattici, si sono ritrovati in chiara difficoltà sul campo. Ovverosia, ogni volta che hanno dovuto fare i conti con la propria impotenza.

Certo, quasi tutti gli episodi della partita sono stati interpretati a favore del Barcellona, a cominciare dal fallo di mano non visto che ha dato inizio all'azione del 3-2 (come un altro fallo di mano, di Messi, non era stato colto dall'arbitro nella partita di Liga). Però vorrei ricordare a tutti che non è certo colpa dell'arbitro se l'Atletico, dopo aver praticamente pareggiato il computo complessivo dell'eliminatoria nei primi 30'', non è stato in grado di contenere in nessun modo il Barça e ha subito quasi immediatamente il pareggio. Dov'era, l'altra sera, la squadra equilibrata e decisa che l'anno scorso non si perse d'animo al Camp Nou e si portò a casa una Liga? Né certo è imputabile all'arbitro l'impossibilità di mantenere il nuovo vantaggio acquisito grazie al rigore di Raul Garcia. Rigore tra l'altro inesistente, senza ombra di dubbio.
Vogliamo dire che l'Atletico è fuori dalla Coppa del Re a causa di un terribile complotto arbitrale? Diciamolo, se fa piacere, ma non aspettiamoci che questo risolva i problemi tattici che continuano a presentarsi e che ci fanno incassare molti più gol dell'anno scorso. Né che questo metta fine alle enormi difficoltà che i nostri hanno nel contenere giocatori abilissimi a creare spazi là dove non ce ne sono. Se col Real Madrid “basta” saturare gli spazi per rendere difficile la manovra di gente che in quegli spazi ha bisogno di lanciarsi, col Barcellona questo non basta, perché molti di loro sono in grado di materializzare, letteralmente, gli spazi, grazie alla loro superiore tecnica nello stretto.

Perché abbiamo perso? Perché Gimenez non è Godin e non possiede lo scatto esplosivo sul breve del suo compatriota, per esempio. Perché Gabi non è neppure lontano parente del giocatore dell'anno scorso. Perché Mario Suarez, al solito, ha mostrato la sua abituale insipienza tattica e non era mai, in nessuna azione dei tre gol blaugrana, nel posto in cui avrebbe dovuto stare. Perché Siqueira come difensore è una sciagura, tanto per aggiungere un'altra osservazione, e Miranda pare avere l'autogol facile, quest'anno. E per molti altri motivi, alcuni che ho già detto e altri che potete capire da voi o che magari io per primo non ho colto.
A vedere bene, quelli con una difesa ai limiti dell'improponibile sarebbero i blaugrana, ma chi si è fatto impallinare in contropiede più di una volta siamo noi, che quest'anno incassiamo praticamente una rete a partita...

Si è perso e lo si è fatto con onore, punto. O meglio, lo si sarebbe fatto con onore se non si fosse dato uno spettacolo penoso: proteste, spintoni, minacce e, sopra tutto, la scena ignobile di Arda Turan che tira una scarpa chiaramente contro il guardalinee.
Non importa che il turco, come Fernando Torres, sia abitualmente una persona tranquilla. Molti usano questa osservazione per sostenere che il livello delle ingiustizie nei nostri confronti debba proprio per questo essere stato enorme, tale da far perdere la pazienza persino ad Arda e a Torres. Tuttavia questa tesi non ha davvero senso. In primo luogo, il turco non è affatto un giocatore tranquillo, anzi è continuamente impegnato a protestare con arbitri, guardalinee e, talvolta, avversari. Poi il danno di immagine per la società, che già non è stato piccolo (le immagini di lui che lancia la scarpa ci perseguiteranno per anni e, ogni volta, serviranno al commentatore in malafade di turno a sostenere la tesi che siamo un club violento), sarebbe stato enorme, se avesse colpito il guardalinee. Per non parlare di quello sportivo, vista la lunghezza siderale della eventuale squalifica.
Per non parlare di Gabi che, dopo aver preso l'ennesimo cartellino sul campo, ne prende un altro nel tunnel degli spogliatoi. Che l'arbitro abbia colto o meno il pretesto per metterci in difficoltà, un giocatore di esperienza come il capitano non può permettersi di offrire il destro per questo tipo di azioni. O per tacere di Mario Suarez, capace di farsi espellere in un secondo tempo nel quale, per decisione esplicita e diretta di Simeone, l'Atletico aveva rinunciato a giocare per vincere.

La verità, tutta la verità, è che queste cose non devono accadere. Ci muoviamo in un contesto pericoloso e Simeone, la società e i calciatori non possono non saperlo.
Da una parte, blancos e blaugrana impegnati a mungere più vantaggi possibili dal loro status e preoccupati per quanto riusciamo a fare, per la minaccia che riusciamo ad essere ai loro interessi e perché la nostra stessa esistenza smaschera chiaramente le falsità del loro sistema (si può vincere anche senza tiqui-taqua; si può farlo senza sperperare centinaia di milioni; l'invincibilità non esiste; soprattutto, a Lisbona è stato, come gli ultimi derby dimostrano, solo un colpo di fortuna a far pendere la bilancia verso la Decima e non verso la Primera...). Verità che non si possono dire, perché rompono l'alone magico che serve a vendere il prodotto Real o quello Barça, la medesima brodaglia glamour che però, anche grazie a noi, si mostra per quello che è: arroganza, presunzione e mancanza di sportività. El mismo perro con dos collares, per parafrasare un tipico detto spagnolo, è quello che sono queste due società: stesse modalità di azione, stessa mancanza di umiltà, stessa supponenza nel credersi il centro del mondo e nell'aspettarsi adorazione a prescindere e genuflessioni continue. Cambiano solo i colori e la filosofia in superficie.
Dall'altra è pur vero quello che dice Juanfran: c'è invidia, molta invidia, nei confronti dell'Atletico. Abbiamo vinto e dimostrato che la scusa dei pochi soldi non vale. Abbiamo scalato posizioni in Europa e guadagnato una fama che altre squadre che si credono migliori di noi si sognano. Vinciamo quasi sempre e comunque siamo sempre lì, a lottare, a differenza di tutti gli altri. Che scusa possono addurre un Valencia o un Siviglia? Ma chiaro, che se li sconfiggiamo è perché siamo violenti. Se riusciamo dove loro falliscono, ciò accade non per meriti nostri, ma perché abbiamo un pelo sullo stomaco tale da ottenere grazie ai falli e alle continue aggressioni ad arbitri ed avversari ciò che non saremmo in grado di avere grazie al Calcio.

E allora, proprio per questo, non possiamo permetterci di fare nulla che giustifichi le parole di chi ci giudica in malafede. Basta inutili proteste, basta lamentele, basta minacce e promesse di rese dei conti. Molti non vedono l'ora di poter sporcare il nostro scudo, di poter offuscare il nostro valore con le loro sozze parole, con le loro miserabili osservazioni servili.

Non dobbiamo permetterlo. Siamo l'Atletico Madrid. Abbiamo sudato ogni nostra conquista. Siamo stati derubati molte volte di vittorie meritate. Ci siamo fatti largo nel mondo grazie al nostro coraggio, alla nostra dedizione, al nostro senso del gruppo. Anni fa come oggi.
Ogni volta che varchiamo il confine tra gioco intenso e violenza, facciamo un favore ai nostri nemici. Ogni volta forniamo loro la scusa che cercavano per sminuire i nostri risultati, per perpetuare il loro sistema, per poterci accusare di essere, se non peggio di loro, almeno uguali a loro (mai sentito il refrain “Vi danno un rigore a partita?”). E permettiamo che tutti, avversari, arbitri e stampa, creino intorno a noi un alone in base al quale saremo giudicati e a causa del quale ciò che facciamo verrà usato per confermare il pregiudizio che noi stessi abbiamo contribuito a creare: quello di una squadra violenta, abile solo nel protestare, nell'ostacolare il gioco altrui e nell'intimidire arbitro e avversari. Vi stupisce che poi si finisca sempre per uscire dal campo oberati di cartellini? Che ogni minimo accenno di protesta oppure ogni fallo tattico procuri un'ammonizione? Che si continui a dire, se in una partita nessuno dei nostri è stato ammonito, che l'arbitro è stato troppo accondiscendente con noi, mentre se abbiamo ricevuto un diluvio di cartellini, che ne meritavamo molti di più? Che, sebbene non ci siano nelle nostre file un Pepe, un Sergio Ramos, uno Xabi Alonso, un Arbeloa o un cristiano ronaldo, quelli che fanno male agli avversari siamo noi?

Lo ripeto, per l'ennesima volta: siamo l'Atletico Madrid.
Siamo coraggio, costanza, aiuto reciproco, lavoro, impegno, dedizione. L'essenza stessa del Cholismo.
Non lasciamo che chi non è e non sarà mai alla nostra altezza abbia mille scuse per insozzare le nostre imprese col veleno della sua invidia.